Cecilia Barra: “Scrivere canzoni è stato il mio modo per mettere nero su bianco la mia vulnerabilità”

Con “rose petal”, Cecilia Barra affronta il rapporto complicato tra libertà, corpo e sguardo degli altri, partendo da una domanda che non sembra avere una risposta definitiva: quanto di ciò che desideriamo appartiene davvero a noi e quanto, invece, è il risultato di ciò che abbiamo imparato a desiderare? Il riferimento a “Bocca di Rosa” di De André diventa così l’occasione per osservare come alcune forme di controllo sul corpo femminile abbiano semplicemente cambiato strumenti e linguaggi.

Ma nelle sue canzoni c’è anche un percorso molto personale. Dopo “like thin ice”, dedicata a una sensazione di sospensione e incertezza, “rose petal” diventa un altro modo per mettere a fuoco fragilità che per molto tempo sono rimaste difficili da raccontare. Cecilia parla anche del rapporto tra tecnica e istinto e della necessità, per una donna che è contemporaneamente cantante, musicista, autrice, arrangiatrice e produttrice, di non dover continuamente dimostrare le proprie competenze per essere presa sul serio.

  1. In “rose petal” racconti una donna che può sentirsi libera e sicura del proprio corpo, ma che allo stesso tempo non è completamente immune allo sguardo degli altri. Quanto è difficile, anche per te come autrice, distinguere ciò che desideri davvero da ciò che hai imparato a desiderare attraverso lo sguardo degli altri?

Difficilissimo direi, è uno di quegli obiettivi che ci si pone che ti accompagna fino alla fine penso. Sia nel contesto della vita privata che della vita lavorativa, è facile che il giudizio degli altri diventi la lente attraverso la quale guardi il mondo, e rimuoverla può richiedere veramente una vita intera; sicuramente mi sento più libera di qualche anno fa, ma è tutto un work in progress ancora.

  1. Hai preso “Bocca di Rosa” come riferimento, ma hai spostato quel discorso dentro una sensibilità molto contemporanea. Cosa pensi sia cambiato davvero, rispetto alla donna raccontata da De André, e cosa invece continua a essere drammaticamente attuale?

Trovo che sia rimasto molto attuale il continuo voler controllare il corpo della donna e il non concedere mai alle donne di sentirsi a proprio agio nella propria sessualità, ovviamente sono cambiati i mezzi. Quelle che un tempo erano le comari che ostracizzavano una donna troppo libertina per il loro gusto, ora sono la “manosphere”, i movimenti “trad wife” e antifemministi, il bullismo sui social. Ci si nasconde dietro gli schermi per far sentire le donne in colpa anche solo di esistere in un corpo e volerlo vivere al 100%: non possiamo avere muscoli e carne sulle ossa, non possiamo far vedere troppa pelle, non possiamo invecchiare, non possiamo sentirci troppo sexy, ma non possiamo neanche essere troppo sciatte. Così ci rimpiccioliamo, ci nascondiamo, per sentirci meno in colpa e sentirci commentate il meno possibile, e perdiamo la libertà d’espressione sul nostro corpo e, in casi estremi, purtroppo, i diritti.

  1. Nella tua musica convivono una formazione jazzistica molto solida e riferimenti più pop, R&B e neo-soul. Ti è mai capitato di sentire che la tua formazione musicale rischiasse di diventare un limite, perché ti portava a controllare troppo quello che facevi?

Assolutamente no, è sempre e solo stata una grandissima risorsa per me: studiare e formarsi vuol dire arricchire il proprio istinto, per poter sempre e comunque affidarci ad esso. È come pensare che leggere o studiare grammatica peggiori le tue capacità di scrittura, quando l’unica cosa che fa è renderti più consapevole ed eloquente, ed arricchire il tuo vocabolario. Usare solo istinto o solo tecnica è iper-deleterio in entrambi i casi, bisogna cercare sempre un equilibrio tra i due.

  1. Nei tuoi primi due singoli hai raccontato due forme diverse di vulnerabilità: in “like thin ice” quella legata al sentirsi sospesi e incerti, in “rose petal” quella legata al rapporto con il proprio corpo e con il giudizio. C’è una parte di te che stai scoprendo proprio grazie al fatto di trasformare queste fragilità in canzoni?

Sicuramente sì, ho sempre fatto fatica ed espormi e ad aprirmi in generale alle persone, proprio per paura delle mie stesse fragilità. Forse scrivere canzoni è stato il mio modo per iniziare a mettere nero su bianco la mia vulnerabilità, che so esistere anche se è stata repressa per molti anni.

  1. Sei cantante, musicista, autrice, arrangiatrice e produttrice del tuo progetto: quanto è importante per te che tutte queste competenze rimangano visibili nella musica e quanto, invece, ti piacerebbe arrivare a un punto in cui poter semplicemente essere “Cecilia Barra”, senza dover dimostrare quante cose sai fare?

Purtroppo essere donna e cantante rende la vita difficile a tante di noi: spesso ci sentiamo sminuite nel ruolo di performer quando in realtà siamo delle musiciste complete, e parlo al plurale perché non sono, ovviamente, l’unica. Non vedo l’ora che il mondo non parta prevenuto nei nostri confronti, pensando “ah sicuramente questa non sa fare bene tutte le cose che dice di saper fare” e non vedo l’ora di non dover dimostrare niente a nessuno anche solo per essere presa sul serio nell’industria musicale. È un lavoro che richiede tempo, ma siamo già in tante e stiamo lottando sempre più forte facendoci sentire in tutti i generi e tutti gli ambiti.

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