Dopo quindici anni trascorsi dall’altra parte del palco, tra organizzazione di concerti, artisti e dinamiche dell’industria musicale, Alessandro Rinaldi sceglie di cambiare prospettiva. Con Ultime Sigarette, progetto nato anche dalla necessità di riappropriarsi di un rapporto più istintivo e personale con la musica, arriva “Solo un anno”, un brano che guarda al tempo passato e alle trasformazioni che può contenere.
Un passaggio tutt’altro che scontato per chi ha fatto della musica il proprio lavoro, ma che proprio per questo assume un significato particolare. Rinaldi racconta senza troppi filtri le contraddizioni incontrate negli anni nel sistema musicale, dall’iper-concentrazione del mercato alla costruzione esasperata dell’hype, fino alla difficoltà di ascoltare la musica senza finire inevitabilmente ad analizzarla da un punto di vista professionale.
Ultime Sigarette diventa così uno spazio diverso, più intimo e libero, in cui metterci finalmente la faccia e provare a raccontare ciò che finora era rimasto fuori campo. Abbiamo parlato con Alessandro Rinaldi della sua esperienza dietro le quinte, della genesi di “Solo un anno” e delle ragioni che lo hanno spinto, dopo tanti anni, a salire dall’altra parte del palco.
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1. Il tuo lavoro principale è quello di promoter, quindi conosci la musica anche da una prospettiva che sta “dietro le quinte”. Che cosa significa per te lavorare in questo mondo da quella posizione e quanto questo ruolo ha influenzato il tuo rapporto con la musica?
Se devo essere totalmente sincero, negli ultimi anni significa soprattutto vedere da vicino le storture del sistema attuale: dalla concentrazione del mercato in sempre meno mani, che spesso porta a scenari economici distopici, ad hype creati e cavalcati in maniera esagerata, lasciando dietro di sé solo macerie. Dopo 15 anni, il mio rapporto con la musica ne esce, per usare un eufemismo, frammentato… mi sono ritrovato a concerti di artisti che adoro dove non sono riuscito a tenermi concentrato più di 3 brani di fila, prima di mettermi ad analizzare produzione e scenografie.
2. Dopo aver lavorato per anni intorno agli artisti, non ti è mai capitato di pensare che iniziare un progetto musicale tuo fosse troppo complicato, o che fosse difficile trovare lo spazio e le energie per farlo? Che cosa ti ha convinto invece a dare vita a Ultime Sigarette?
In realtà no… quando ho iniziato ad organizzare concerti doveva essere una parentesi temporanea che la vita ha fatto sfuggire un po’ di mano. Non che mi sia pesato: ho amato il mio lavoro e forse non avevo granché da dire in prima persona. Riallacciandomi alla prima domanda, forse Ultime Sigarette nasce proprio dall’esigenza di recuperare un po’ di “purezza” nell’approccio alla musica.
3. “Solo un anno” parla di tempo, cambiamenti e di quello che può succedere in un periodo apparentemente breve. Qual è stato il punto di partenza concreto della canzone?
Il punto concreto è stato il ritrovamento di un vecchio provino con quel titolo su cui mi è venuta voglia di lavorare… anche perché il mio ultimo anno era stato effettivamente denso di avvenimenti, personali e non.
4. Quanto senti che Ultime Sigarette rappresenti una parte di te che nel tuo lavoro quotidiano rimane necessariamente più nascosta?
Molto. Per quanto anche scegliere quali artisti produrre o fare esibire implica comunque in un certo senso dare spazio alla propria visione del mondo (o almeno così l’ho sempre inteso io), metterci la faccia è tutta un’altra storia.
5. Questo è il primo singolo, quindi sei ancora all’inizio della costruzione del progetto. Che cosa vorresti riuscire a raccontare con Ultime Sigarette che magari finora non avevi trovato il modo di raccontare?
Al momento sto prendendo questa nuova avventura come un modo molto personale di evitare l’analisi (e di smettere di fumare), vediamo se ce la faccio.

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