Galapaghost: «Con Neon Dream ho ricominciato a sorprendermi»

Con Neon Dream, uscito il 7 agosto, Galapaghost apre un capitolo nuovo del proprio percorso musicale, lasciandosi alle spalle, almeno per un momento, il linguaggio folk che aveva caratterizzato gran parte dei suoi lavori precedenti. L’EP nasce da un’esigenza di cambiamento e dalla voglia di tornare a sperimentare, questa volta attraverso l’elettronica, un territorio nuovo affrontato con la curiosità e l’entusiasmo di chi non ha paura di ricominciare da zero.

Un cambio di direzione che riflette anche il momento personale dell’artista, oggi immerso nella tranquillità di un paese di montagna sui monti del Torinese e nella quotidianità di padre a tempo pieno. Lontano dalle dinamiche delle grandi città e dalle scene musicali più vivaci, Galapaghost ha trovato proprio nell’isolamento uno spazio favorevole alla creatività. In questa intervista racconta la genesi di Neon Dream, il ruolo della collaborazione con Jasper e soprattutto la necessità di seguire il proprio istinto, senza preoccuparsi troppo delle aspettative altrui.

“Neon Dream” segna un’evoluzione piuttosto evidente rispetto ai tuoi lavori precedenti. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avevi bisogno di cambiare linguaggio musicale?

Sì, assolutamente. Per sei mesi ho continuato a scrivere ogni giorno con la chitarra, cercando di tirare fuori qualcosa che mi convincesse, ma niente mi soddisfaceva davvero. A un certo punto mi sono reso conto che avevo semplicemente perso interesse nello scrivere musica folk. Lo facevo da così tanto tempo che cercare di trovare qualcosa di nuovo all’interno di quel linguaggio era diventato quasi estenuante.

Poi, nel giro di pochi giorni, ho deciso di cambiare completamente approccio e di buttarmi sull’elettronica. È stato come aprire una porta su un mondo completamente nuovo. Nel giro di un mese avevo scritto e registrato tutte queste canzoni.

Mi sentivo di nuovo come un bambino, perché con la musica elettronica ero ancora ingenuo, nel senso più bello del termine. Stavo imparando, sperimentando e lasciandomi sorprendere. Tutti i brani sono usciti in modo molto naturale e, pur essendo molto diversi tra loro, condividevano tutti la stessa atmosfera.

Vivi sui monti del Torinese, lontano da città come Milano o Roma che vengono spesso considerate i principali poli della musica italiana. Ti capita mai di sentirti isolato, oppure oggi la distanza geografica conta molto meno di un tempo?

A dire la verità, non ho né il tempo né le energie per immergermi davvero nelle varie scene musicali. Credo che sia una cosa più adatta ai giovani… io ormai sono vecchio, ahah.

In realtà, non è mai stato facile per me seguire una scena musicale, in qualunque città vivessi. Per farlo bisogna stare fuori fino a tardi, andare ai concerti, conoscere persone, mentre io ho sempre avuto lavori che mi obbligavano ad alzarmi alle cinque del mattino.

Oggi è un po’ diverso: mi sveglio alle 5:30 con mio figlio di cinque anni e, facendo il papà a tempo pieno, quando non sto scrivendo musica o suonando dal vivo, a fine giornata non ho l’energia per restare fuori fino a mezzanotte con regolarità.

Inoltre, adoro vivere in un tranquillo paese di montagna. Ho già vissuto in grandi città come New York, Austin, Bruxelles e Denver, e a questo punto della mia vita mi piace anche un po’ di isolamento. È proprio lì che riesco a stare meglio e a creare con più serenità.

Nel raccontare questo EP hai parlato spesso di libertà e divertimento come punto di partenza. Quanto è stato importante smettere di chiederti cosa il pubblico si aspettasse da Galapaghost e seguire semplicemente la curiosità?

Onestamente, non mi sono mai preoccupato troppo delle aspettative che gli altri possono avere nei miei confronti come artista. Faccio musica prima di tutto per me stesso, perché è l’unico modo in cui riesco a essere davvero sincero.

Mi fa enormemente piacere quando qualcuno si riconosce nelle mie canzoni, ma mentre sto creando penso solo a seguire la mia visione. La musica deve piacere prima di tutto a me, perché se così non fosse avrei la sensazione di aver tradito me stesso.

E poi, a dirla tutta, non so nemmeno se le persone sappiano davvero cosa si aspettano da un artista. Credo che, più di ogni altra cosa, cerchino qualcosa di autentico, qualcosa di vero. È quello a cui provo sempre ad arrivare. Se poi qualcuno ama quello che faccio, ne sono felicissimo. E se invece non gli piace, va bene lo stesso.

L’elettronica qui non sembra un semplice elemento estetico, ma un modo diverso di costruire le emozioni. Cosa ti ha dato questo nuovo approccio che il folk e l’indie più tradizionali non riuscivano più a offrirti?

Amo quella sensazione un po’ ingenua che si prova quando ti lanci in qualcosa che, sulla carta, non dovresti nemmeno fare… e lo fai lo stesso, semplicemente perché ti entusiasma.

Mi piace entrare in territori completamente nuovi, senza sapere bene cosa aspettarmi, e perdermi un po’ lungo la strada. Credo che faccia bene all’anima.

Non ho alcun interesse a ripetere quello che ho già fatto. L’anno scorso ero arrivato a un punto in cui sentivo di non riuscire più a scrivere una buona canzone folk. Era il segnale che avevo bisogno di cambiare direzione e ricominciare a sorprendermi.

“Neon Dream” è un titolo molto evocativo: cosa rappresenta per te quel “sogno al neon”? È un luogo, uno stato mentale o una metafora di questo periodo della tua vita?

Credo che questa preferisca lasciarla avvolta nel mistero. Mi piace che sia chi ascolta a darle il proprio significato.

Hai collaborato con Jasper all’inizio di questo percorso. Quanto ha influito quel confronto sulla nascita dell’EP e, più in generale, sul tuo modo di scrivere e produrre musica?

La collaborazione con Jasper è stata fondamentale nel cambiare la direzione della mia musica. Insieme abbiamo realizzato un brano elettronico e sperimentale che non assomigliava a nulla di ciò che avevo scritto fino a quel momento. Mi sono divertito così tanto durante quel processo che, subito dopo, ho iniziato a scrivere le canzoni che sarebbero poi diventate Neon Dream.

La cosa più importante, durante la realizzazione di questo EP, è stata fidarmi del mio istinto. Ho smesso di preoccuparmi se fossi abbastanza preparato per fare musica elettronica e ho semplicemente lasciato che le idee mi guidassero.

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