Alessio Longoni: «Le fragilità sono il luogo in cui emerge la parte più autentica di noi»

Da oltre vent’anni Alessio Longoni porta avanti un percorso artistico coerente e personale, capace di attraversare epoche, linguaggi e trasformazioni senza mai perdere la propria identità. Tra scrittura cantautorale, suggestioni brit-pop, elettronica e una costante attenzione alla dimensione emotiva del racconto, i suoi lavori hanno sempre esplorato i cambiamenti che attraversano le persone, i rapporti e il tempo stesso. In questa intervista abbiamo parlato del ruolo della produzione musicale come strumento narrativo, del modo in cui il suo sguardo sulle fragilità umane si è evoluto nel corso degli anni e di quella spontaneità creativa che, nonostante l’esperienza accumulata, continua a rappresentare una delle sfide più affascinanti del suo percorso.


Hai spesso lavorato su un equilibrio molto particolare tra scrittura cantautorale e sonorità più british/pop ed elettroniche: senti che per te la produzione sia un modo per “proteggere” l’emotività dei testi, oppure per metterla ancora più a nudo?

Direi entrambe le cose. La produzione per me non è mai un semplice rivestimento estetico, ma una parte narrativa del brano. A volte serve a proteggere l’emotività, a darle una distanza necessaria per non renderla troppo esposta; altre volte, invece, lavora in direzione opposta, la mette ancora più in evidenza, amplificandone le fragilità. Mi interessa molto questo equilibrio tra presenza e sottrazione, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta suggerito.

In dischi come Cose Distanti o Epoca di sogno ritorna spesso il tema della trasformazione, del tempo che cambia le persone e i rapporti: pensi che negli anni sia cambiato anche il tuo modo di guardare alle fragilità umane?

Sì, è cambiato molto. Col tempo credo di aver imparato a osservare le fragilità umane con meno giudizio e più ascolto. Se nei lavori precedenti c’era forse una tensione maggiore verso il tentativo di comprendere o spiegare, oggi mi interessa di più accogliere la complessità. Le fragilità non sono qualcosa da correggere, ma spesso il luogo in cui si manifesta la parte più autentica di noi, da tutelare.

Sei attivo da oltre vent’anni, attraversando fasi molto diverse della musica italiana e del mercato discografico: c’è qualcosa che hai perso artisticamente lungo il percorso e che oggi senti il bisogno di ritrovare?

Forse una certa incoscienza creativa. All’inizio c’era una libertà assoluta nel fare musica senza pensare a come sarebbe stata percepita. Con l’esperienza arriva inevitabilmente una maggiore consapevolezza, che è preziosa ma può anche diventare un filtro. Oggi sento il bisogno di recuperare quella spontaneità originaria, senza rinunciare alla maturità acquisita.

Da oltre vent’anni Alessio Longoni porta avanti un percorso artistico coerente e personale, capace di attraversare epoche, linguaggi e trasformazioni senza mai perdere la propria identità. Tra scrittura cantautorale, suggestioni brit-pop, elettronica e una costante attenzione alla dimensione emotiva del racconto, i suoi lavori hanno sempre esplorato i cambiamenti che attraversano le persone, i rapporti e il tempo stesso. In questa intervista abbiamo parlato del ruolo della produzione musicale come strumento narrativo, del modo in cui il suo sguardo sulle fragilità umane si è evoluto nel corso degli anni e di quella spontaneità creativa che, nonostante l’esperienza accumulata, continua a rappresentare una delle sfide più affascinanti del suo percorso.


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