Scrivere canzoni significa anche lasciarsi sorprendere, senza sapere necessariamente dove si arriverà. Per Martino Adriani, il punto di partenza può essere una chitarra, una frase o un’intuizione capace di aprire strade impreviste, fino a trasformarsi in una storia o in uno sguardo sulle contraddizioni della realtà. Accanto al percorso musicale, l’attività di programmazione artistica gli permette di entrare in contatto con progetti e linguaggi lontani dai propri gusti, mantenendo viva la curiosità e mettendo in discussione le proprie abitudini. In un contesto in cui la visibilità sui social sembra imporre tempi e strategie sempre più precise, Adriani rivendica la possibilità di sbagliare, cambiare direzione e non sacrificare la libertà creativa alle logiche della promozione. Perché la musica resta anche un luogo in cui affrontare gli aspetti più scomodi della vita, trovare una forma per le emozioni e raccontarsi senza troppe mediazioni.
Nei tuoi progetti c’è una dimensione narrativa molto forte: le canzoni sembrano spesso piccoli mondi abitati da personaggi, situazioni e dettagli che potrebbero sfuggire a uno sguardo distratto. Quando scrivi, parti da una storia che vuoi raccontare oppure è una frase, un’immagine o una contraddizione a suggerirti dove andare?
Spesso parto dalla musica, mi metto con la chitarra e comincio a cercare qualcosa che mi piaccia. Da lì, quasi naturalmente, può venir fuori una parola, una frase o un concetto che a un certo punto fa scattare qualcosa e dà una direzione a tutto il resto. Difficilmente mi siedo con l’idea precisa di scrivere una canzone su un determinato argomento. Preferisco lasciare che siano la musica e le parole a suggerirmi dove andare, anche in modo inaspettato. Poi, una volta individuato quel nucleo, comincio a lavorarci, cercando di capire fin dove può portarmi. E da lì può subentrare di tutto: una storia, una persona, una lettura, una gioia o un dolore, un ideale…
Lavorando anche alla programmazione artistica, ti trovi dall’altra parte della selezione: devi ascoltare proposte, immaginare accostamenti e capire quali artisti possano funzionare in un determinato contesto. Ti è mai capitato di scoprire un musicista che ti ha costretto a rivedere un tuo pregiudizio musicale? E quanto questa esposizione continua alle idee degli altri finisce per influenzare, anche indirettamente, il tuo modo di scrivere?
Certo, mi è capitato spesso di ascoltare progetti che magari sulla carta non avrei cercato spontaneamente, anche perché propongono generi musicali distanti dai miei gusti, e di ritrovarmi invece ad apprezzarli. Succede di continuo, ed è anche uno degli aspetti belli del programmare: confrontarsi con cose diverse dalle proprie e scoprire che possono sorprenderti. Questo confronto allarga lo sguardo, anche se non si traduce per forza in un’influenza diretta sulle mie canzoni. Più che portarmi a scrivere in un certo modo, magari può aiutare a non fossilizzarmi sulle mie abitudini.
In un panorama in cui sembra necessario rendere ogni passaggio del proprio percorso immediatamente riconoscibile e raccontabile sui social, quanto spazio resta per sbagliare, cambiare direzione o realizzare qualcosa che non sai ancora bene dove ti porterà? Ti concedi questa libertà anche quando sai che una scelta potrebbe non essere la più efficace per far circolare la tua musica?
Cerco di concedermela, sì. Certo, bisogna ragionare con attenzione su come far circolare quello che fai, ma se ogni scelta è dettata soltanto dalle logiche dei social rischi di perdere di vista il lavoro stesso. Non ho chissà quali velleità: i miei obiettivi non si traducono in colossali sogni di gloria né nella necessità di stare al passo con tutto. Nel regno di pezza di cui siamo le star (per citare la canzone), posso permettermi di non avere sempre tutto sotto controllo e di fare anche come mi pare.
C’è una differenza tra scrivere per sé e scrivere sapendo che qualcuno, prima o poi, ascolterà quelle parole. Ti capita di censurarti, di lasciare fuori qualcosa perché troppo personale o difficile da spiegare, oppure la scrittura diventa proprio il luogo in cui puoi permetterti di essere meno diplomatico rispetto alla vita quotidiana?
Nella scrittura riesco a trattare anche temi personali e aspetti scomodi della vita reale con una libertà che, in altri contesti, richiederebbe forse qualche mediazione in più. In questo senso, la canzone può diventare una sorta di scudo, uno spazio in cui esporsi e dare forma a emozioni che nella quotidianità non sempre è facile esprimere. Questo non significa che tutto quello che scrivo sia autobiografico, ma credo ci sia una forte continuità tra la persona che sono e quello che racconto. Quello che scrivo e il modo in cui vivo non sono due dimensioni separate.
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