Con “MILANO, S***O E FANTASMI”, pubblicato il 16 ottobre, Goodbye Marco chiude un percorso artistico e personale che attraversa le contraddizioni di una città, le fragilità delle relazioni e il peso del passato. Un progetto sviluppato attraverso tre capitoli, nei quali Milano diventa il simbolo di un rapporto complesso, fatto di amore, disillusione e desiderio di riscatto.
Interamente prodotto da Haru, con le coproduzioni di Chris e mmw, l’album racconta la difficoltà di restare fedeli a sé stessi in un contesto dominato dalle apparenze e dalla competizione. Ma è anche il risultato di un percorso di consapevolezza, che ha portato l’artista a interrogarsi sui propri valori, sui compromessi e sul significato stesso di fare musica.
Goodbye Marco riflette su quanto Milano sia cambiata negli anni, sul coraggio necessario per continuare a inseguire i propri obiettivi e sulla volontà di costruire un’alternativa concreta alle dinamiche che caratterizzano l’industria musicale.
“MILANO, S***O E FANTASMI” è un progetto che hai costruito attraverso tre capitoli. Ora che il percorso è completo, cosa hai scoperto di te stesso che forse non sapevi quando hai iniziato a scriverlo?
Ho capito che non sono parte di ciò che critico, o almeno non lo sono più. Ho capito che devo accettare me stesso, con le mie contraddizioni, e che devo dare me stesso al 100% in quel che faccio.
È la risposta a ciò che non mi piace, la voglia di creare un’alternativa reale e concreta, diversa dai soliti meccanismi musicali. Ho capito ancora di più la strada che devo percorrere, nel bene o nel male.
Nel disco emerge continuamente il conflitto tra la voglia di lasciare Milano e quella di restare per non darla vinta a nessuno. Ti sei mai chiesto se questa ostinazione sia una forma di coraggio oppure, a volte, un’altra forma di dipendenza?
Diciamo che ho capito che, per qualsiasi cosa io voglia fare o raggiungere, serve il coraggio. Dunque, sono dipendente da quest’ultimo. Se ora ho deciso di restare e combattere, devo farlo fino in fondo.
Racconti una città che sembra aver perso parte della propria magia. Secondo te è Milano a essere cambiata oppure siamo noi che, crescendo, iniziamo a guardare diversamente i luoghi in cui abbiamo riposto le nostre aspettative?
Entrambe le cose. Crescendo siamo cambiati e, di conseguenza, è cambiata la percezione di tutto ciò che ci circonda. Però molte cose sono cambiate oggettivamente in peggio.
Prima la città era viva, pulsava, c’era magia per le strade, le persone creavano situazioni e interazioni reali. Ora le persone si spostano solo da un punto A a un punto B, si cerca la situazione solo per farsi una foto e basta. È tutto più freddo e distaccato, rispecchia pienamente il periodo che stiamo vivendo.

Uno dei temi del progetto è il prezzo da pagare per restare fedeli ai propri valori. Nel tuo percorso musicale, qual è stato il compromesso più difficile da rifiutare?
Fare l’opposto di ciò che sono esattamente io, chiedendomi di partecipare a programmi o contesti in cui sarei stato strumentalizzato e usato per uno specifico scopo.
Diventare grandi significa anche accettare ciò che non ti piace e, molte volte, sei costretto a scendere a compromessi. Ti piaccia o no, è normale.
Questo discorso vale anche per la musica, ma un conto è scendere un po’ a compromessi e un altro è rinunciare completamente a sé stessi.
In “MILANO, S***O E FANTASMI” convivono rabbia verso il presente, nostalgia e desiderio di riscatto. Quanto è difficile trasformare queste emozioni in musica senza lasciare che diventino soltanto uno sfogo personale?
Ci sono brani in cui si parla al plurale e altri che sono effettivamente veri e propri sfoghi personali.
Penso che servano entrambi, perché entrambi raccontano chi sei, la tua visione, sia generale che specifica.
Non è comunque semplice farlo. Ovviamente, molte volte devi “dosare” lo sfogo personale o, comunque, lavorarlo un po’.

Hai costruito questo progetto insieme a Haru, con cui condividi ormai un’identità sonora precisa. C’è stato un momento durante la lavorazione in cui avete capito che non stavate semplicemente mettendo insieme delle canzoni, ma costruendo un racconto più grande?
Sì, fin da subito. Gli stessi gusti, la stessa visione delle cose, gli stessi obiettivi ci hanno fatto capire che avremmo iniziato a realizzare qualcosa di più grande, più longevo e molto identitario, che non si sarebbe limitato solo a “buttare giù qualche bella canzone”.
Siamo realmente intenzionati a percorrere questa strada.
Nel disco parli anche della paura di diventare come quelle persone che sembrano aver smesso di lottare per qualcosa. Oggi cosa ti spaventa di più: fallire inseguendo quello in cui credi oppure riuscire a ottenere qualcosa che, alla fine, non ti rappresenta?
Principalmente mi spaventa il fatto di precludermi l’idea di scoprire questa cosa che mi hai appena chiesto.
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