Sassofonista, compositore e musicista abituato a muoversi tra contesti differenti, Angelo Domenico Alfieri sceglie di presentarsi per la prima volta come leader con “Ad Astra”, un album strumentale che mette al centro la composizione e la possibilità di costruire un racconto senza affidarsi alle parole. Il progetto nasce da una ventina di brani scritti spontaneamente tra il 2023 e il 2025, dai quali Alfieri ha selezionato e sviluppato sei composizioni legate da un immaginario comune: quello di un percorso verso qualcosa di ideale, una meta che orienta la ricerca proprio perché non si lascia raggiungere del tutto.
Nel disco, il jazz dialoga con il rock psichedelico, la musica latina, il blues, il gospel e le suggestioni delle colonne sonore, mentre l’organico di undici musicisti permette alla scrittura di alternare precisione compositiva e libertà interpretativa. Ma “Ad Astra” non è soltanto un esercizio di contaminazione tra linguaggi: è anche una riflessione sul desiderio, sull’imperfezione e sul rapporto tra ciò che immaginiamo e ciò che riusciamo a realizzare. Dall’origine di “Piove” al valore degli imprevisti durante la composizione, fino alla necessità di proteggere la creatività dalle logiche professionali, Alfieri racconta un modo di intendere la musica come ricerca personale prima ancora che come risultato da consegnare al pubblico. Una ricerca che, come emerge dalle sue parole, non ha tanto a che fare con il raggiungimento di una destinazione, quanto con il bisogno di continuare a guardare verso di essa.
1. C’è un momento preciso in cui hai capito che “Ad Astra” non poteva essere semplicemente un altro progetto musicale, ma doveva avere una sua identità e una sua storia? Che cosa era successo in quel periodo?
In realtà, Ad Astra è nato senza che ci fosse inizialmente l’intenzione di realizzare un album. Tra il 2023 e il 2025 avevo scritto spontaneamente una ventina di brani, seguendo le idee che mi venivano. A un certo punto pensai che fosse arrivato il momento di raccogliere quelle idee in un album e mi misi perciò a fare una selezione – piuttosto serrata, a dire il vero – e ne scelsi quattro. Mi sembrava che quel piccolo nucleo di brani indicasse coerentemente una direzione, sia per i titoli che avevo attribuito, sia per le sonorità. Scrissi allora altri due brani per completare il percorso e cominciai a ragionare sul nome da dare all’album. Emerse allora una dimensione che andava oltre la semplice coerenza musicale: l’idea di un cammino verso qualcosa di ideale, che continua a orientare la nostra ricerca pur rimanendo irraggiungibile. Le stelle sono diventate l’immagine di questa tensione. Ad Astra è il tentativo di tradurla in musica.
2. In “Piove” c’è un’immagine molto semplice e quotidiana, ma il brano finisce per assumere un significato molto più ampio. Quanto ti interessa partire da qualcosa di piccolo e privato per arrivare a qualcosa che possa essere interpretato in modi completamente diversi da chi ascolta?
Piove nasce da un’esperienza molto concreta, da una sensazione di dolcezza e turbamento che provavo nel periodo in cui l’ho scritta, una primavera particolarmente piovosa. Ricordo che in mente mi era venuta l’immagine di essere rinchiuso in carcere d’acqua: qualcosa che ti circonda, ti separa dal mondo e finisce per riflettersi anche nel tuo stato d’animo. La cosa bella dell’arte è però che un’esperienza soggettiva possa trasformarsi in qualcosa di universale. La pioggia può evocare malinconia, solitudine, attesa, ma anche una forma di quiete o di rinnovamento. Non volevo raccontare una vicenda precisa, quanto piuttosto tradurre in musica una condizione emotiva. E in questo, credo che la musica strumentale abbia grandi possibilità: non essendoci un testo che orienti esplicitamente l’interpretazione, le immagini possono rimanere aperte. Posso partire da una sensazione molto precisa, ma non posso né voglio stabilire che cosa debba provare chi ascolta. Mi interessa che ognuno possa ritrovare nel brano qualcosa della propria esperienza, anche molto diverso da ciò che lo ha originato.
3. Quando lavori su un brano, sei uno di quei musicisti che tende a controllare molto il risultato finale oppure hai bisogno che a un certo punto qualcosa ti sfugga di mano? C’è una parte della tua musica che nasce proprio da un errore, da un incidente o da qualcosa che non avevi previsto?
Mi piace pensare alla composizione come a un lavoro artigianale. C’è una parte molto razionale, fatta di studio, tecnica, ricerca della forma e cura dei dettagli. Non credo che la spontaneità, da sola, sia sufficiente a costruire una musica che abbia una direzione precisa. Allo stesso tempo, però, non penso che comporre significhi imporre rigidamente un’idea fino a impedire che si trasformi. Quando scrivo, cerco di immaginare il risultato complessivo, il rapporto fra i timbri, il modo in cui un brano si sviluppa e ciò che può raccontare. Ma poi quella musica deve incontrare i musicisti che la suoneranno, e quando ciò avviene entra in gioco qualcosa che non posso prevedere completamente. Ognuno porta la propria sensibilità, il proprio suono e la propria esperienza. In Ad Astra ho cercato proprio questo incontro: una scrittura definita, ma capace di respirare attraverso le personalità dei musicisti. Può capitare, e anzi capita spesso, che nuove idee musicali sortiscano da imprevisti. Quando compongo in solitudine, lo faccio prevalentemente al piano, uno strumento che suono molto male. Proprio perché non ho una grande padronanza tecnica dello strumento, a volte le mie mani producono combinazioni che non avrei cercato consapevolmente. Alcune non portano da nessuna parte, altre invece mi aprono strade che non avrei immaginato. Quando invece faccio eseguire i miei brani, alla ritmica lascio spesso informazioni molto essenziali, per lasciare emergere possibilità che non avevo immaginato. A volte la cosa migliore non è correggere subito qualcosa che si discosta dalle aspettative, ma fermarsi ad ascoltare e capire se quella deviazione non stia indicando una strada migliore.
4. Il tuo lavoro musicale convive con una realtà in cui bisogna continuamente organizzare, progettare, trovare musicisti, gestire tempi e occasioni. Quanto questa parte “invisibile” del mestiere rischia di modificare il rapporto che hai con la musica? E c’è qualcosa che fai ancora soltanto perché ti va di farlo, senza nessuna utilità professionale?
È una delle contraddizioni più difficili del mio lavoro. Per realizzare un progetto come Ad Astra non basta scrivere la musica: bisogna trovare le risorse, organizzare le registrazioni, coordinare i musicisti, occuparsi della produzione e poi costruire le occasioni per portare tutto questo dal vivo. È un lavoro necessario, ma assorbe tempo ed energie che vorrei dedicare alla composizione. Il rischio è che la musica finisca per essere valutata continuamente in funzione di ciò che può produrre: un concerto, una pubblicazione, un contatto, un risultato sui social. Eppure il processo creativo ha bisogno anche di tempi improduttivi, di ascolti che non portano immediatamente da nessuna parte e di idee che possono rimanere incompiute. Cerco di conservare proprio questo spazio: studiare una partitura, ascoltare un autore che non conosco abbastanza, approfondire un linguaggio o provare una soluzione musicale senza sapere se entrerà mai in un mio progetto. Per me la curiosità deve rimanere libera di esistere anche quando non ha un’utilità professionale. C’è poi un paradosso: lavoro molto per fare in modo che la mia musica possa raggiungere un pubblico, ma non vorrei che il bisogno di raggiungerlo finisse per decidere in anticipo quale musica scrivere. Devo trovare un equilibrio fra il desiderio di far esistere concretamente le mie idee e la necessità di proteggerle dalle logiche che rischiano di condizionarle.
5. Se togliessimo per un attimo etichette come jazz, compositore, sassofonista e tutte le esperienze che hai accumulato, che cosa pensi di stare cercando davvero quando scrivi musica? Non necessariamente una risposta musicale: potrebbe essere anche una sensazione, un modo di stare al mondo o qualcosa che ancora non sai nominare.
Quando scrivo cerco qualcosa che ho perduto senza sapere di averlo mai posseduto. C’è stato un periodo in cui cercavo ossessivamente l’etimologia delle parole. Un giorno mi imbattei in un’ipotesi piuttosto suggestiva della parola desiderio, come derivata dalla parola latina sidus, sideris, che significa stella. Il desiderio sarebbe dunque la condizione di chi si trova davanti a un cielo privo di stelle e ne avverte la mancanza. Ma, portando l’immaginazione oltre la linguistica, penso alla nostalgia di una patria lontana, che abbiamo mai visto. Ecco, quando compongo, io cerco quella patria sconosciuta. E certe volte, quando ne scorgo il riflesso nelle mie composizioni, mi capita di piangere come un bambino. Patetico, vero?
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