Robin: le cose normali che diventano memoria

Con “Aria Condizionata”, robin trasforma un dettaglio apparentemente insignificante della quotidianità in una traccia lasciata da una relazione che non c’è più. Un brano più immediato rispetto ai precedenti, ma che conserva quella componente elettronica e atmosferica attraverso cui il progetto di Roberto William Guglielmi sta costruendo una propria identità.

Dopo un percorso come autore e compositore per altri artisti, robin rappresenta una dimensione più personale del suo lavoro: qui non c’è un interprete dietro cui nascondersi, ma la necessità di dare voce direttamente alla propria esperienza e al proprio modo di guardare il mondo. Abbiamo parlato con lui di memoria e dettagli quotidiani, del confine tra accessibilità e ricerca, del rapporto tra il progetto e la sua storia personale e di tutto quello che il lavoro con altri artisti gli ha insegnato sulla costruzione della propria identità.

1. In “Aria Condizionata” prendi un dettaglio quasi insignificante della vita quotidiana e lo trasformi nel ricordo di una relazione finita. Ti interessa di più raccontare l’assenza attraverso ciò che rimane oppure attraverso ciò che manca?

In “Aria Condizionata” mi interessa soprattutto raccontare l’assenza attraverso ciò che rimane. Un dettaglio apparentemente insignificante, come l’aria condizionata, può diventare improvvisamente legato a una persona e a un momento preciso. Quando quella persona non c’è più, anche le cose più normali cambiano significato. Mi interessa proprio questo, il modo in cui una relazione continua a esistere dentro piccoli dettagli della quotidianità, anche quando la relazione è finita.

2. Il tuo percorso come autore per altri artisti e quello con robin sembrano avere due livelli di esposizione molto diversi: quando scrivi per qualcun altro puoi nasconderti dietro un interprete, mentre qui la canzone porta direttamente il tuo nome. Quanto cambia il modo in cui scrivi quando sai che dovrai essere tu a dare voce a quello che hai scritto?

Quando scrivo per altri artisti devo inevitabilmente confrontarmi con la loro identità e con il loro modo di raccontarsi. Quando scrivo per robin, invece, non devo adeguarmi all’identità artistica di qualcun altro. Attraverso la composizione, anche grazie alla collaborazione con Francesco De Maria, cerco di raccontare il mio punto di vista, la mia vita e quello che mi attraversa, cercando ogni volta un modo che sento personale. Questo cambia molto il modo in cui affronto una canzone, perché sento che ogni scelta deve appartenere al mondo di robin e a quello che voglio raccontare. È una forma di esposizione più diretta e, proprio per questo, anche più personale.

3. “Aria Condizionata” è più pop e immediata rispetto ai tuoi precedenti brani, ma mantiene una componente elettronica e atmosferica molto precisa. Quanto è difficile rendere una canzone più accessibile senza perdere quelle zone più personali e meno immediatamente decifrabili?

Non è una scelta consapevole quella di comporre brani più accessibili. Semplicemente, in alcuni casi, è la forma che la canzone prende mentre la scrivo. “Aria Condizionata” è più immediata rispetto ad alcuni miei brani precedenti, ma mantiene comunque una componente atmosferica che per me è importante. La difficoltà, forse, sta nel riuscire a lasciare intatta quella parte più personale anche quando una canzone ha una struttura più semplice e arriva in maniera più diretta. Per me accessibilità non significa necessariamente semplificare, ma trovare una forma che permetta a chi ascolta di entrare nella canzone senza dover capire tutto subito. Mi piace lasciare delle zone aperte, che ognuno possa riempire con la propria esperienza.

4. C’è una cosa interessante nel modo in cui lavori con gli oggetti e le situazioni ordinarie: non sembrano semplicemente metafore, ma diventano una specie di archivio emotivo. Quando scrivi, parti mai consapevolmente da un’immagine concreta oppure ti accorgi solo dopo che un dettaglio quotidiano è diventato il centro della canzone?

Spesso parto proprio da un’immagine concreta, anche se non sempre me ne rendo conto all’inizio. Una situazione, un oggetto, una frase o un gesto possono rimanermi dentro per molto tempo e solo dopo diventare il punto di partenza di una canzone. Da lì, mentre scrivo, quel dettaglio comincia ad assumere un significato più ampio e diventa una specie di archivio emotivo. È un modo per conservare qualcosa che altrimenti rischierebbe di andare perso.

5. Il nome robin viene da un modo in cui tuo padre ti chiamava da bambino, quindi porta dentro una memoria ancora precedente al progetto musicale. Quanto della tua identità familiare e della tua storia personale finisce inevitabilmente dentro robin, anche quando non stai cercando esplicitamente di raccontarla?

Credo che inevitabilmente ci sia dentro molta della mia storia, anche quando non cerco di raccontarla. Penso che anche il modo in cui guardo le cose, le immagini che scelgo, il rapporto con la memoria e con le persone che fanno parte della mia vita arrivino dentro la musica in maniera naturale. Non ho bisogno di raccontare direttamente la mia storia familiare perché faccia parte di quello che sono, è già dentro il modo in cui scrivo e guardo il mondo.

6. Hai già vissuto la musica da molti punti di vista: autore per altri artisti, musicista, compositore e ora interprete di un progetto sempre più definito. C’è qualcosa che hai imparato scrivendo per gli altri che oggi, invece, senti di dover disimparare per capire davvero chi è robin?

In realtà non sento di dover disimparare nulla. Scrivere e collaborare con altri artisti mi ha aiutato tantissimo a capire quanto sia importante avere un’identità artistica e, soprattutto, avere le idee chiare su ciò che si vuole raccontare con il proprio progetto. Confrontarmi con artisti diversi mi ha permesso di capire quanto ogni artista abbia bisogno di un mondo riconoscibile e personale. Oggi porto tutto questo dentro robin, le esperienze fatte con gli altri mi hanno aiutato a capire meglio chi voglio essere io e quale direzione voglio dare al progetto. In questo momento mi sto concentrando soprattutto su robin, cercando di costruire un’identità sempre più precisa e coerente.

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