Giovami, tra immagini, ironia e libertà: il mondo di “lampONE”

Con “lampONE”, Giovami prosegue un percorso artistico sempre più personale, nel quale la musica non è mai separata dalle immagini, dai simboli e da un immaginario preciso. Il nuovo singolo nasce infatti da un elemento apparentemente semplice e giocoso, il lampone, che diventa però il punto di partenza per parlare di assenze, ricordi e di quelle tracce che alcune persone continuano a lasciare nella nostra quotidianità anche quando non ne fanno più parte.

Dopo “crESCere”, Giovami sembra inoltre muoversi con una libertà maggiore, lasciando spazio all’ironia, ai contrasti e a tutto ciò che non ha necessariamente bisogno di essere spiegato. La sua scrittura cerca così un equilibrio tra leggerezza e profondità, mentre anche il modo di presentare e raccontare la musica diventa parte integrante del progetto. In questa intervista parliamo di “lampONE”, del rapporto tra musica e immaginario visivo, del valore dell’ironia e di un percorso che, più che cercare una direzione definitiva, sembra voler continuare a scoprirsi strada facendo.


Con “lampONE” continui a costruire un progetto che sembra avere un’identità molto personale anche nel modo di presentarsi. Quanto è importante per te che una canzone abbia, oltre a un suono, anche un immaginario riconoscibile?

Per me è fondamentale. Faccio quasi fatica a pensare alla musica senza immaginare contemporaneamente qualcosa di visivo. Quando nasce un brano iniziano a comparirmi in testa colori, luoghi, immagini, a volte anche cose apparentemente senza senso, che poi diventano parte della canzone. Con “lampONE” è successo ancora di più: il lampone è diventato quasi un simbolo, qualcosa di molto semplice che però racchiude tutto il mondo del pezzo. Mi piace l’idea che una canzone non finisca quando smetti di ascoltarla, ma possa continuare attraverso un’immagine, un video o anche solo una sensazione riconoscibile.

C’è una parte di “lampONE” che hai scoperto soltanto dopo averla scritta o prodotta, magari un significato che inizialmente non avevi previsto?

Sì, soprattutto il tema dell’assenza. All’inizio non pensavo a “lampONE” come a una canzone sull’assenza, almeno non consapevolmente. Riascoltandola mi sono accorto che parla molto di quelle persone che magari non fanno più parte della tua quotidianità, ma continuano a esistere in piccole cose, nei ricordi o in dettagli stupidissimi. È strano perché mentre scrivi alcune cose escono quasi d’istinto e solo dopo capisci davvero perché le hai dette. Credo che in questo pezzo sia successo proprio questo.

Quanto conta per te la componente ironica o giocosa nella scrittura? È un modo per alleggerire quello che racconti oppure può diventare anche uno strumento per dire cose più profonde?

Tantissimo. Mi piace molto il contrasto tra qualcosa che apparentemente può sembrare leggero, assurdo o persino stupido e quello che in realtà c’è dietro. Anche chiamare una canzone “lampONE” ha qualcosa di giocoso, ma il pezzo non lo è necessariamente. Credo che l’ironia permetta anche di raccontare cose molto personali senza doverle rendere per forza drammatiche. A volte una cosa detta quasi ridendo riesce a fare molto più male di una frase volutamente triste.

Hai già pubblicato musica attraverso modalità e contesti diversi: quanto ti interessa sperimentare anche con il modo in cui una canzone viene raccontata e fatta arrivare alle persone?

Mi interessa molto, forse quasi quanto fare la canzone stessa. Oggi escono migliaia di brani continuamente e non mi interessa semplicemente pubblicarne uno e dire “fuori ora”. Cerco sempre di capire quale possa essere il modo più coerente, o magari più strano, per farlo entrare nel mondo delle persone.

Se “crESCere” e “lampONE” fossero due fotografie dello stesso percorso, che cosa racconterebbe la seconda che nella prima ancora non si vedeva?

Forse “crESCere” è una fotografia in cui stavo ancora cercando di capire dove stessi andando, mentre in “lampONE” comincio a divertirmi di più con quello che sono. Sento meno il bisogno di spiegare tutto e più voglia di lasciare cose strane, contrasti e immagini senza necessariamente giustificarle. Sono comunque due pezzi dello stesso percorso, ma “lampONE” secondo me mostra un lato più libero e anche più consapevole del progetto. Non significa che abbia trovato definitivamente una direzione, anzi spero di non trovarla mai del tutto, però sento che sto iniziando a riconoscere sempre di più il mio mondo quando lo vedo.

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