I Deaf Kaki Chumpy raccontano dieci anni di musica condivisa, senza compromessi con le mode

Dieci anni di attività, quasi venti musicisti coinvolti e una visione artistica che ha sempre rifiutato le etichette. I Deaf Kaki Chumpy rappresentano una delle realtà più atipiche della scena italiana: un collettivo che mette al centro la condivisione, la sperimentazione e il valore umano prima ancora della forma canzone. Dalla complessa gestione di un organico così ampio alle difficoltà del circuito live, fino alla scelta di non inseguire le logiche dell’immediatezza, Andrea Daolio racconta cosa significa tenere vivo un progetto che continua a crescere restando fedele alla propria identità.

I Deaf Kaki Chumpy sono un collettivo prima ancora che una band. Coordinare quasi venti musicisti, ognuno con altri progetti e impegni, è una sfida enorme: qual è il segreto per tenere insieme un organismo così complesso senza perdere entusiasmo e identità?

Il segreto è sicuramente essere il più possibile organizzati, muoversi con largo anticipo per pianificare prove, concerti e tutto ciò che riguarda il collettivo. Allo stesso tempo, come direttore del progetto, cerco di trasmettere a tutti i membri la passione e il valore umano e artistico che questa esperienza rappresenta.

Nel corso degli anni la formazione è cambiata più volte, eppure il progetto ha mantenuto una personalità molto riconoscibile. Quanto è difficile trovare un equilibrio tra il ricambio naturale dei membri e la continuità artistica del gruppo?

In realtà, fino a oggi, non ci sono state particolari difficoltà. Probabilmente ha inciso il fatto che i brani siano stati scritti principalmente da Alberto Mancini e da me, che abbiamo avuto la folle idea di fondare questo collettivo. Questo ci ha dato una maggiore consapevolezza di ciò che volevamo costruire, una visione che è maturata nel tempo e continua a evolversi. Credo però che chiunque sia passato nei Deaf Kaki Chumpy in questi dieci anni abbia compreso in modo naturale la natura del progetto, semplicemente vivendolo: suonando i brani, mettendoci la propria personalità e contribuendo con idee e osservazioni durante le prove e la costruzione delle nuove composizioni.

A livello discografico, una realtà così numerosa presenta inevitabilmente criticità: dalla gestione economica alle decisioni creative, fino alla promozione. Quali sono gli ostacoli più grandi che avete incontrato e come avete imparato ad affrontarli?

Il problema più grande riguarda sicuramente la dimensione live. Quando dici a un direttore artistico o a un locale che sul palco saliranno diciotto persone, spesso la prima reazione è di preoccupazione, sia dal punto di vista organizzativo sia da quello economico. Gestire un collettivo come il nostro non è semplice, ma negli anni siamo diventati molto bravi ad adattarci anche alle situazioni più complicate. Inoltre abbiamo capito che la nostra musica dal vivo ripaga sempre lo sforzo: vedere diciotto persone suonare insieme non è qualcosa che capita tutti i giorni, soprattutto perché non siamo né un’orchestra né una big band.

Alla fine dei concerti il pubblico rimane spesso sorpreso e affascinato dal caleidoscopio sonoro e dalla massa di suono che lo avvolge. È questo il nostro punto di forza: la gestione è complessa, ma chi ci invita e chi ci ascolta viene ripagato dall’esperienza.

Nel nuovo lavoro emerge una scrittura sempre più personale, con testi in italiano e arrangiamenti che non cercano scorciatoie. In un panorama musicale che premia spesso immediatezza e velocità, avete mai avuto la tentazione di semplificare il vostro linguaggio per raggiungere un pubblico più ampio?

C’è stato un periodo, dopo il secondo album, in cui siamo stati tentati di realizzare qualcosa di più breve e immediato. Poi però ci siamo resi conto che ci stavamo forzando verso una direzione che non apparteneva davvero al nostro modo di fare musica, e abbiamo lasciato perdere. Questo non significa che in futuro non potremo scrivere un brano più breve, ma deve nascere da un’esigenza artistica, non dal desiderio di seguire le tendenze del momento.

Fin dall’inizio abbiamo cercato di raccontare storie attraverso musica e parole. Alcune storie sono favole che si esauriscono in poche righe, altre sono racconti più lunghi, altre ancora hanno il respiro di un romanzo. Noi scriviamo in base a ciò che la storia musicale richiede e rivendichiamo, in un tempo che corre sempre più veloce, il diritto di prendersi il tempo necessario per ascoltare davvero. In fondo è un modo per prendersi cura di sé stessi e, indirettamente, anche del mondo che ci circonda.

Guardandovi oggi, rispetto ai ragazzi che muovevano i primi passi tra la Civica di Jazz e i concerti al LUME, cosa vi rende più orgogliosi? Essere ancora qui dopo tanti anni, con un collettivo così grande, è già di per sé una piccola impresa.

Penso che sia proprio questo il motivo di maggiore orgoglio: poter continuare, dopo dieci anni, a portare avanti la nostra idea di musica, il più possibile libera da pregiudizi e da catalogazioni che lasciano il tempo che trovano. Oggi lo facciamo con una consapevolezza e una maturità che allora non potevamo ancora avere.

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