TARANTINO: navigare tra le macerie del cuore

Con Cuore a pezzi, TARANTINO inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico scegliendo di partire dalla fragilità. Dopo alcuni anni di silenzio discografico, il cantautore torna con un brano che esplora quel territorio sospeso in cui una storia è finita, ma continua a lasciare tracce profonde nella memoria e nell’identità di chi l’ha vissuta. Tra immagini marine, riferimenti a Il vecchio e il mare e una scrittura che abbraccia l’incertezza invece di rifuggirla, Cuore a pezzi racconta la resistenza silenziosa dei sentimenti che sopravvivono al tempo. In questa intervista, TARANTINO riflette sul valore dei ricordi, sul significato della vulnerabilità nella musica contemporanea e sul percorso che lo ha portato a ridefinire la propria voce artistica, lasciando emergere una sincerità nuova e disarmante.

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In Cuore a pezzi racconti quel territorio ambiguo in cui una relazione è finita ma continua a vivere dentro chi l’ha vissuta. C’è stato un momento in cui hai capito che il tema del brano non era più la fine di un amore, ma il rapporto che abbiamo con i nostri ricordi?

Sì, c’è stato un momento preciso. Mi sono accorto che non stavo scrivendo della fine in sé, ma di quello strano limbo che viene dopo, quando la persona non c’è più ma continua a occupare spazio dentro di te. È una sensazione che conosco bene: ti svegli la mattina e per un secondo dimentichi, poi ti ricordi tutto. Il cuore a pezzi del titolo non è solo il dolore della rottura, è l’immagine di qualcosa che continua a esistere anche se frantumato. I pezzi restano lì, non spariscono, cambiano forma, si spostano, a volte ti feriscono quando meno te lo aspetti. Ho capito che il brano non parlava della fine di un amore, ma di come quella fine continui a risuonare dentro di noi molto tempo dopo.

Il mare attraversa tutta la narrazione come simbolo di speranza, malinconia e resistenza. Quando hai iniziato a scrivere il brano avevi già in mente questa immagine oppure è stata la metafora a emergere spontaneamente durante il processo creativo?

Il mare è arrivato da solo, quasi senza che me ne accorgessi. Stavo scrivendo di perdita di equilibrio, di qualcosa che ti travolge e ti lascia disorientato, e il mare era l’unica immagine che riusciva a contenere tutto quello che sentivo: la vastità, la solitudine, ma anche una certa bellezza malinconica che non riesci a odiare del tutto. C’è una contraddizione nel mare che mi affascina: può distruggerti e allo stesso tempo è il posto più libero che esiste. Non l’ho cercato razionalmente, è emerso mentre scrivevo. Credo che quando scrivi davvero, senza filtri, le metafore giuste non le scegli, ti trovano loro.

Nelle presentazioni del singolo viene citato il legame con Il vecchio e il mare di Hemingway. Ti interessa maggiormente l’idea della lotta contro le avversità oppure quella di continuare a credere in qualcosa anche quando sembra destinato a sfuggirci?

Più la seconda, decisamente. Il vecchio e il mare mi ha colpito proprio per quella dimensione quasi silenziosa di chi continua a credere in qualcosa anche quando sa razionalmente che potrebbe perderlo, che forse lo ha già perso. Non è ottimismo, è qualcosa di più ostinato e irrazionale. Nel brano c’è un momento in cui la barca sta per affondare, eppure il desiderio di restare, di non mollare, rimane intatto. Anzi, si fa più forte proprio nell’istante in cui tutto sembra perduto. È una forma di resistenza che non ha niente di eroico o di spettacolare, è quasi invisibile, eppure è l’unica cosa che ti tiene a galla.

Dopo alcuni anni di silenzio discografico, torni con una canzone che mette al centro la vulnerabilità. Hai mai avuto la tentazione di tornare con un brano più immediato o “sicuro”, oppure sentivi che questo ritorno dovesse necessariamente partire da una ferita aperta?

La tentazione c’è stata, sarei ipocrita a dire di no. Un brano più immediato, più costruito per funzionare subito, avrebbe tolto pressione, sia a me che a chi ascolta. Ma più ci pensavo, più mi rendevo conto che tornare con qualcosa di blindato, costruito per proteggere, sarebbe stato il modo peggiore per ricominciare. Avrei ricominciato da una maschera, e prima o poi quella maschera avrebbe stancato, me per primo. Cuore a pezzi nasce da un posto vero, da qualcosa che ho vissuto davvero e che non avevo ancora detto fino in fondo. E forse proprio per questo mi sembrava il punto giusto da cui ripartire. Non il più comodo, ma il più onesto.

Il tuo percorso sembra muoversi sempre più tra il linguaggio del cantautorato e le dinamiche del pop contemporaneo. Oggi ti senti più vicino alla tradizione dei cantautori italiani o alla figura dell’autore pop che usa il vissuto personale per parlare a una generazione intera?

Sinceramente non sento una frattura netta tra i due mondi, e credo che sia uno dei falsi problemi del dibattito musicale italiano. I cantautori che amo, quelli che considero un riferimento, parlavano di sé per parlare a tutti, usavano il dettaglio personale per toccare qualcosa di universale. Era pop, nel senso più profondo e nobile del termine. Quello che cerco anch’io è usare il vissuto personale come punto di accesso a qualcosa che vada oltre me. Se qualcuno ascolta Cuore a pezzi e ci riconosce una propria esperienza, un proprio ricordo, una propria perdita, qualcosa che non aveva ancora trovato le parole, per me è già tutto. È il motivo per cui scrivo.

Hai definito Cuore a pezzi l’inizio di una nuova fase artistica. Guardando indietro ai tuoi primi singoli e al TARANTINO del 2019, qual è l’aspetto della tua scrittura che hai dovuto mettere maggiormente in discussione per arrivare a questa nuova identità?

La scrittura più istintiva, quella che puntava sull’effetto immediato, sul colpo che arriva subito. Con TARANTINO cercavo l’impatto, la scintilla, qualcosa che ti prendesse nei primi trenta secondi. E funzionava, in quel momento era la cosa giusta. Ma crescendo ho capito che quella velocità a volte era anche una forma di difesa: risolvi tutto in fretta per non dover stare troppo a lungo in un posto scomodo. Con Cuore a pezzi ho dovuto imparare a stare nell’incertezza, a non chiudere ogni immagine in modo rassicurante. Il verso finale, «vorrei tanto poter saltare, per rimanere giù», è volutamente aperto, ambiguo, sospeso. In passato avrei avuto paura di lasciarlo così. Ora sento che è proprio lì che sta la cosa più vera.

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