Ci sono canzoni che nascono da un momento preciso e altre che diventano il ritratto di un’intera fase della vita. Con like thin ice, Cecilia Barra trasforma l’esperienza del trasferimento all’estero e della solitudine dei primi anni dell’età adulta in un racconto capace di parlare a una generazione intera. Tra immagini delicate, fragilità condivise e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo, il brano anticipa i temi di Lost Generation(s), un progetto che guarda alle inquietudini dei vent’anni senza rinunciare alla speranza. In questa intervista l’artista racconta il percorso che l’ha portata a costruire una voce personale, tra gli studi alla Berklee College of Music, i viaggi che ne hanno arricchito lo sguardo e la ricerca di un senso di comunità in un’epoca sempre più individualista.
Like Thin Ice racconta quella sensazione di instabilità che accompagna spesso i vent’anni. C’è stato un episodio specifico della tua vita che ha acceso la scintilla per questo brano?
L’evento che mi ha portata a scrivere questo brano è stato il trasferimento a Valencia e l’andare a vivere da sola per la prima volta. Dopo un paio di mesi che vivevo nella città spagnola, mi sono ritrovata ad affrontare un tipo di solitudine e di disorientamento che non avevo mai provato prima: a 23 anni in una città nuova, in un paese nuovo, dove si parla una lingua nuova, ho tastato cosa vuol dire diventare adulti e scrivere like thin ice è stato il mio modo di affrontare e superare questa situazione.
Nel singolo convivono vulnerabilità e leggerezza, malinconia e desiderio di guardare avanti. Quanto è stato difficile trovare il giusto equilibrio tra questi opposti senza cadere nella retorica?
Il mio modus operandi per evitare di cadere nei cliché, per quanto io non sia sicura di riuscirci e mi metta in dubbio ogni singola volta, è cercare di dipingere immagini con le mie parole. Ho tentato di creare dei fotogrammi che descrivessero questi sentimenti a volte contrastanti, come fosse un film: un giardino enorme all’interno del quale siamo dei piccolissimi fili d’erba, un puzzle che si risolverà solo lasciando tempo al tempo, e il ghiaccio sottile di inizio inverno, tanto bello quanto fragile.
Dopo gli studi in conservatorio e il master alla Berklee College of Music, hai scelto di scrivere, arrangiare e produrre il tuo progetto solista. Cosa ti ha dato il coraggio di assumerti una responsabilità artistica così completa?
La disillusione? Ahaha scherzi a parte, penso di aver sentito l’esigenza di esprimermi al 100% senza l’intervento di pareri e gusti esterni, con i suoi pro e i suoi contro. Non so se sia stato per coraggio o incoscienza sinceramente, però mi sembrava che togliere la rete di sicurezza dell’opinione altrui fosse uno step fondamentale per la mia crescita come musicista e come persona, per quanto difficile e spaventoso.
Hai vissuto esperienze in città molto diverse come Valencia, Colonia e Quito. In che modo questi luoghi hanno cambiato il tuo modo di scrivere musica e di osservare il mondo?
Per me è stato un privilegio incredibile poter entrare in contatto con tutte queste culture diverse e poterle vivere a fondo; vedere e ascoltare la musica liberandosi delle lenti della propria eredità e tradizione è interessantissimo. Mi ha permesso sicuramente di riconnettermi con le mie radici e di tornare ad apprezzare la musica italiana che un tempo, superficialmente e ingenuamente, ritenevo banale e magari sprezzavo senza un vero motivo. Mi ha anche permesso di sperimentare con elementi nuovi e di scoprire tradizioni delle quali non conoscevo nulla, come il flamenco e la musica andina; ho anche potuto conoscere tutta una scena musicale che vuole integrare la propria cultura ancestrale ai sound più contemporanei e mi ha ispirata a fare lo stesso con la mia tradizione, lingua e cultura. I miei compagni della Berklee mi hanno spinta e aiutata tantissimo in questo processo, mostrandomi un’apertura mentale incredibile e li devo ringraziare per questo.
Like Thin Ice è il primo tassello di Lost Generation(s), un titolo che sembra parlare direttamente a una generazione sospesa tra aspettative e precarietà. Qual è il messaggio che speri arrivi a chi si riconosce in questa condizione?
Banalmente che non sono soli: viviamo in un momento storico in cui l’individualismo ci ha portato un po’ a sentirci soli e abbandonati da tutto e tutti. Io spero, nel mio piccolo, di riuscire a contribuire alla ricostruzione del senso di comunità e di supporto vicendevole che è venuto un po’ a mancare ultimamente, soprattutto nella mia generazione. Anche solo sapere che qualcun altro condivide e capisce i tuoi problemi e le tue difficoltà, si sente spaesato e dimenticato come te, penso che aiuti a sanare la propria frustrazione e quel disinnamoramento nei confronti della vita che vedo, purtroppo, dilagare tra noi giovani.

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