Intervista all’autore de Il Piccione Viaggiatore, il brano che trasforma il ritorno in una metafora dell’esistenza
Dopo una lunga carriera costellata di album, cambiamenti e pause necessarie, Daniele Meneghin torna a guardare al proprio percorso con Il Piccione Viaggiatore, il nuovo singolo che inaugura una fase artistica segnata dalla riflessione sul significato del ritorno. Il brano, riarrangiato insieme a Osvaldo Di Dio, parte dall’immagine di un animale capace di ritrovare sempre la strada di casa per raccontare qualcosa di profondamente umano: la ricerca di un luogo emotivo in cui riconoscersi e sentirsi al sicuro. Per Meneghin quel luogo coincide con la musica stessa, punto di approdo e ripartenza di un cammino iniziato oltre vent’anni fa.
Nato a Conegliano nel 1977, Meneghin ha costruito negli anni una scrittura personale e riconoscibile, capace di intrecciare quotidianità, simbolismo e attenzione per il rapporto tra uomo e natura. Dai primi lavori fino agli album più recenti, il suo sguardo si è sempre posato sulle piccole cose, sulle storie apparentemente marginali che finiscono invece per raccontare qualcosa di universale.
In questa intervista ci parla del significato nascosto dietro Il Piccione Viaggiatore, del valore delle emozioni quotidiane, del legame con il mondo animale e di quel bisogno irrinunciabile di continuare a scrivere canzoni come strumento per osservare e interpretare la realtà.
Il Piccione Viaggiatore è un’immagine molto evocativa: come è nato questo brano e cosa rappresenta per te questa figura apparentemente semplice ma ricca di significati?
Da sempre mi ha colpito la capacità di questo animale di trovare la via di casa, da qualsiasi punto della terra. Trovo che sia il riflesso di un desiderio, di un bisogno, di una forma di incosciente partecipazione a un luogo. Io mi sento molto piccione viaggiatore, in quanto penso che la parte più bella del viaggio sia ritornare.
Nelle tue canzoni emerge spesso l’attenzione per ciò che è quotidiano e ordinario. Cosa ti affascina delle piccole storie che spesso passano inosservate?
È vita, è vita vera. Se ci pensi noi siamo piccole storie, e ci emozioniamo di queste. Ognuno di noi ha sperimentato quell’emozione che sale e ti avvolge di fronte a un’azione piccola, non eclatante, quasi stupida. Ecco, quando ci emozioniamo e pensiamo che siamo stupidi, no: lì stiamo sperimentando la forza delle piccole storie.
Hai raccontato più volte il rapporto tra uomo, natura e mondo animale: pensi che oggi gli animali possano ancora insegnarci qualcosa sul modo di vivere e di relazionarci agli altri?
Sì, solo che ormai ho perso la speranza che noi possiamo imparare. Lo stile di vita della maggior parte di noi è ormai molto distante dalla natura, anche perché vivere in natura non è poi così comodo e poetico come vorremmo. Noi scegliamo la comodità, il tutto e subito, il tanto tempo, cose che in natura non esistono, ma noi ormai le pretendiamo.
Nei tuoi brani convivono una scrittura molto concreta e una dimensione quasi simbolica. Quando componi, parti da un’esperienza vissuta oppure da immagini che assumono significato strada facendo?
Io ho la fortuna di poter scrivere quando e se ne ho voglia, e la voglia nasce da un’esigenza interna di esprimere un mio stato d’animo, non una storia. Quindi le parole escono e si compongono seguendo la mia reazione a loro, e non io che le metto in relazione con un pensiero. Così nascono storie che hanno una forte base sul mio vissuto ma che si creano nella mia mente come sogni o possibilità.
Dopo tanti anni di carriera e diversi album pubblicati, cosa ti spinge ancora a scrivere canzoni e quali domande stai cercando di porti oggi come autore?
La passione, il non poterne fare a meno. Non c’è razionalità, c’è bisogno di essere un artigiano della musica. Mi appassiona scrivere, suonare, costruire. Spero che le mie canzoni possano essere lo specchio della società, per come la vedo io, possano essere un riassunto del pensiero di uno che vive, lavora e fa del suo meglio.
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