Con A casa mia, Christian Tola firma uno dei suoi lavori più maturi e personali: un album in cui la scrittura diventa il centro del processo creativo, e dove narrazione, ricerca musicale e riflessione sul presente convivono con naturalezza.
Dopo gli anni trascorsi a Mosca e l’esperienza nella scena jazz della capitale russa, Tola torna nella sua isola e dà vita a un progetto che unisce rigore, sensibilità e un’attenzione quasi cinematografica al dettaglio.
Tra brani che parlano di dipendenze digitali, distopie quotidiane, memorie, oggetti che diventano simboli e piccoli episodi che rivelano mondi interiori, l’artista costruisce un disco che racconta la realtà con ironia e precisione.
A casa mia mette in dialogo generi diversi — dal tango allo swing, dalla ballad al latin-samba — mantenendo però una forte identità, anche grazie alla coesione dell’ensemble sardo che lo accompagna.
In questa intervista, Christian Tola ripercorre il suo rapporto con il testo, il modo in cui affronta temi contemporanei, l’eredità musicale degli anni moscoviti, e la cura con cui ha scelto e guidato i musicisti del progetto.
Uno sguardo lucido su un disco che rappresenta non un punto d’arrivo, ma l’inizio di una nuova fase del suo percorso artistico.

Nei brani di “A casa mia” il testo sembra avere un ruolo centrale, quasi più della struttura musicale. Come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con la scrittura?
Testo e musica hanno per me la stessa importanza. Non posso concepire di comporre e interpretare una canzone dove sono soddisfatto della musica ma dove il testo è scadente, ma vale altrettanto il contrario, cioè se il testo è buono ma non c’è un’idea musicale efficace. Nel tempo credo di avere acquisito maggior abilità nello scrivere sia testi che musiche, e in particolare nel creare melodie che si adattano a testi complessi, evitando di alterare gli accenti delle parole
In alcune tracce affronti temi contemporanei come la dipendenza digitale o la distopia sociale. Quanto conta per te che la musica sia anche un’occasione di riflessione sul presente?
La riflessione sul presente è una delle possibilità, ma lo è anche – all’estremo opposto – la riflessione su se stessi o l’espressione dei propri stati d’animo. In questo lavoro ho sentito la necessità di parlare di certi argomenti anche perchè mi coinvolgevano emotivamente, e l’ho fatto nonostante lo trovi molto impegnativo, perchè argomentare in modo logico il tema che si vuole trattare tende a complicare lo sviluppo del discorso musicale. Avevo diversi soggetti da trattare, ma sono finiti nel disco solo i brani dove sono riuscito a svilupparli musicalmente in maniera compiuta, mentre ho scartato quelli dove questo operazione non è riuscita.
Hai vissuto un lungo periodo a Mosca, immerso in una scena jazz molto diversa da quella italiana. Quali elementi di quell’esperienza ritrovi oggi nel tuo modo di comporre e arrangiare?
A Mosca ho lavorato a lungo con Grigoryj Zaitsev, contrabbassista, trombettista e arrangiatore che ha collaborato con me in questo e in altri progetti. La sua notorietà nell’ambiente jazz moscovita mi ha dato la possibilità di lavorare con musicisti veramente di prim’ordine, e credo che questo sia abbastanza evidente ascoltando il primo disco, Primavera a Mosca, che si può trovare sui principali siti di streaming. Lavorare con queste persone mi ha obbligato a gestire il materiale che componevo in maniera più precisa, a organizzare meglio le parti, a non lasciare nulla al caso, sia per ottenere il risultato che volevo, sia perchè, nonostante fossi il band leader e proponessi la mia musica, spesso mi trovavo insieme a musicisti mediamente più preparati di me, con i quali cercavo perlomeno di evitare le brutte figure. Ho fatto tesoro di questa esperienza e l’ho usata nella creazione dei nuovi brani.
“A casa mia” è un album ricco di immagini, storie e piccoli episodi quotidiani. Da dove nasce questa attenzione al dettaglio narrativo?
L’uso di questi particolari è diventato parte del mio modo di scrivere, perchè credo che diano realtà a quello racconto o che voglio spiegare. Noi possiamo ragionare sulle cose in senso astratto, e in maniera generica descrivere una storia o una situazione, ma nella nostra memoria tutto questo richiama necessariamente un qualche tipo di immagine, richiama degli oggetti, richiama delle impressioni sensoriali. Questi elementi, usati nel testo, rendono possibile visualizzare quello di cui si parla, e aggiungono al racconto un senso di realtà che altrimenti non avrebbe.

5. I musicisti coinvolti appartengono a universi espressivi diversi ma si muovono con grande coesione. Come hai costruito la direzione artistica del disco e cosa cercavi da ciascuno di loro?
Quando ho contattato i musicisti per la registrazione avevo un’idea abbastanza precisa di come dovevano essere i brani. Con quasi tutti loro avevo già suonato in passato, e quindi sapevo in partenza cosa gli potevo chiedere e dove potevo “spingermi” nelle richieste. Capita poi che qualche parte crei delle difficoltà, e in quel caso è essenziale avere chiaro quello che si vuole ottenere ma soprattutto essere in grado di spiegarlo, soprattutto musicalmente. Io ho cura di non chiedere mai cose impossibili o estremamante difficili tecnicamente, sebbene poi ci siano musicisti che sono in grado di farle. Quando sono inziate le prove per il disco sapevo che chi suonava lo avrebbe fatto con la tranquillità di avere un obiettivo magari anche impegnativo ma non fuori dalle sue capacità, e questo ha permesso di lavorare serenamente e di ottenere il risultato che volevo
Guardando al futuro: questo album rappresenta un punto d’arrivo o l’inizio di una nuova fase del tuo percorso artistico?
Sicuramente l’inizio di una nuova fase, anche perchè non ho idea di quale possa esattamente il punto di arrivo.
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