Dopo il potente ritorno con Cadere, Massimo Cantisani presenta il suo nuovo album Dentro Fa Buio Presto, un lavoro che segna un punto di svolta nella sua ricerca artistica e personale. Un disco nato da un’urgenza autentica: tornare a scrivere, raccontarsi e dare voce a quella parte più fragile e sincera che troppo spesso resta in silenzio.
In queste nuove tracce, il cantautore costruisce un dialogo profondo con sé stesso e con l’ascoltatore, esplorando i temi della caduta, della rinascita e dell’accettazione. Il risultato è un suono intimo ma ricco di sfumature, dove la cura artigianale della produzione incontra una scrittura nuda e viscerale.
Lo abbiamo incontrato per parlare di come è nato questo progetto, del lavoro di squadra che lo ha reso possibile e di cosa significhi oggi fare musica “con lentezza”, contro l’urgenza di apparire e la paura del silenzio.
In “Dentro Fa Buio Presto” la produzione è estremamente curata, ma mai invadente. Come avete lavorato in studio per trovare quell’equilibrio tra intimità e profondità sonora che caratterizza tutto il disco?
È stato tutto abbastanza spontaneo. La scrittura dei brani, realizzata insieme al pianista del disco Gianluca Massetti, è stato il punto di partenza.
Successivamente ci siamo chiusi in sala prove per lavorare sugli arrangiamenti e far girare i pezzi, così da ottenere un’idea di suono da portare poi in studio di registrazione.
A completare il tutto, un elemento fondamentale: il lavoro di produzione e di mix dell’intero disco, affidato alle sapienti orecchie di Alessandro Donadei, con il quale collaboro da anni. Lui sa perfettamente come voglio che suonino i miei brani.
C’è un filo conduttore che lega i diversi brani — da “Sbagli” a “Cadere”, fino a “Ora Puoi”? Hai pensato al disco come a un racconto unico, o ogni brano è un frammento indipendente del tuo mondo emotivo?
Si, ogni brano è nato come una sorta di monade, di frammento indipendente, come dici tu. L’aspetto artisticamente interessante è stato accorgersi quanto i pezzi dialogassero tra loro senza alcuna forzatura. Credo che l’impatto di questo disco risieda proprio in questo elemento.
Collabori di nuovo con Gianluca Massetti, ma anche con altri musicisti come Francesco Fioravanti, Alessandro Luccioli e Stefano Rossi. Quanto conta per te il lavoro di squadra e come influisce sulla tua scrittura?
Si scopre, con l’andare del tempo, che non ci si salva mai da soli, necessitiamo di legami, qualsiasi sia la natura di questi. Questa squadra, è una squadra in studio di registrazione, sul palco ma soprattutto, un gruppo presente nella mia quotidianità.
Tutto ciò non può che confluire in fase di composizione delle canzoni che risulteranno più sincere e necessarie all’ascoltatore.

La tua voce è da sempre uno dei tuoi tratti più riconoscibili, ma in questo album sembra più matura, più “a nudo”. È un’evoluzione consapevole o il riflesso naturale di ciò che stavi vivendo mentre scrivevi?
Entrambi gli elementi. Evoluzione consapevole in quanto, sono costantemente proiettato sulla mia vocalità, in termini di studio e di ricerca. Spontanea allo stesso tempo, la tua voce è il filtro principe di ciò che vivi in un dato momento, è inevitabile quindi che questa si disponga a servizio di quel che hai da dire.
In un’epoca in cui la musica è spesso frenetica e digitale, “Dentro Fa Buio Presto” sembra invitare a rallentare e ad ascoltare davvero. Ti senti in controtendenza rispetto a ciò che domina oggi nel panorama musicale?
Non mi sento in controtendenza; percepisco, piuttosto, la claustrofobia degli spazi entro i quali gira la mia musica. Credo che questo disco possa camminare molto, ma non ho ancora capito quali siano le modalità che mi permettano di gridare con maggior forza quanto valga la pena ascoltare DENTRO FA BUIO PRESTO. Speriamo che qualcuno si accorga di questa creatura appena sorta.
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