Reality, il rovescio del sogno: dentro il lato oscuro dei Not My Value (e ce lo raccontano!)

Con Reality, i Not My Value completano il percorso iniziato con Dream – Side A, chiudendo una doppia opera che funziona come un dialogo tra opposti: sogno e risveglio, astrazione e concretezza, sospensione e presa di coscienza. Se il primo capitolo si muoveva in una dimensione più rarefatta e visionaria, questo secondo lato rappresenta invece l’attraversamento del buio, un ritorno forzato al reale che diventa occasione di analisi, frattura e consapevolezza.

In Reality la band affronta temi complessi e profondamente umani — dalla salute mentale alla disillusione generazionale, fino al senso di impotenza rispetto al presente — trasformandoli in un linguaggio sonoro che intreccia elettronica, memoria collettiva e sperimentazione. È un lavoro che non si limita a raccontare, ma scava: nelle esperienze personali, nel contesto sociale e persino nella cultura popolare italiana, rielaborata come un ricordo deformato, lontano, quasi fantasmatico.

Ma Reality non è solo un disco da ascoltare: è un dispositivo narrativo che si estende oltre la musica, arrivando fino alla dimensione fisica dell’oggetto e alla costruzione del live show, pensato come un’esperienza teatrale e multisensoriale. Un loop di copie, identità e citazioni che interroga costantemente il ruolo dell’arte oggi e la possibilità stessa di autenticità.

In questa intervista, i Not My Value raccontano il processo creativo dietro questo lavoro stratificato, il dialogo tra i due lati del progetto e il modo in cui hanno scelto di trasformare il “reale” in qualcosa di ancora più ambiguo del sogno.

1. Reality chiude il percorso iniziato con Dream – Side A ed è concepito come la parte più oscura e reale di un’unica opera scissa in due lati. Quanto è stato difficile fare i conti con questo “rovescio” rispetto al primo capitolo?

L’idea di affrontare l’altro lato, quindi il risveglio dal sogno, è arrivata in modo molto naturale e spontanea.
La parte più scomoda è stata effettivamente mettersi a trattare tematiche più profonde e dolorose. Ci eravamo dett* che volevamo che tutta l’esperienza dei due ep fosse un percorso introspettivo di analisi e ricerca, un risveglio che passa attraverso un atto di consapevolezza. Volevamo andare più in profondità con questo ep e quindi ci siamo mess* a scavare.


2. Il concept dell’EP affronta temi intensi come la follia, la negazione di un futuro e relazioni complesse: quali sono stati i momenti o le esperienze personali che più hanno influenzato il lato narrativo di Reality?

Ci sono stati vari momenti che hanno influenzato questo EP: alcuni personali e altri invece sociali. Di momenti personali per esempio c’è un documentario che Lisa ha girato sul tema della salute mentale (“Escuchame” regia di Lisa Marchiani, Elena Magnani, Maria Elena Franceschini, Aurelio Russo). Tornata a casa dalle riprese, le esperienze vissute diventavano materia di discussione che poi si è riflessa nelle tematiche del disco.
Tante riflessioni sono nate anche dal prendere coscienza del periodo storico che stiamo vivendo e dal forte senso di impotenza che ci siamo trovat* a provare spesso, sia nei confronti di persone vicino a noi che stavano male, sia nei confronti di quello che sta succedendo nel mondo.
Ci siamo ritrovat* a ripescare melodie del passato, che avevamo ascoltato da bambin* e a chiederci che futuro ci si immaginava quando quelle canzoni venivano scritte.


3. In Reality avete reinterpretato anche elementi culturali italiani, come nel caso de “La Mazurka di periferia”, mescolando tradizione e sperimentazione sonora. Come avete bilanciato memoria collettiva, nostalgia e sperimentazione elettronica per costruire questo immaginario?

Siamo partit* dalla melodia originale e l’abbiamo iniziata a modificare come se fosse arrivata a noi impolverata e filtrata dal tempo.
Volevamo che rimanesse un’eco lontana, un ricordo di quella melodia, di quei balli e di quelle feste.
Abbiamo lavorato aggiungendo una chitarra desert per creare subito un’atmosfera più dilatata e onirica. Il ritornello richiama il movimento punk citando “no future for me, no future for you” e solo a metà della seconda strofa si sente la melodia originale filtrata da un effetto radiofonico.
Volevamo che non fosse subito chiaro che si tratta di un riarrangiamento di un brano della tradizione romagnola ma che risultasse come quella canzone ci è arrivata oggi, conservata in una memoria distorta e fallace.


4. Il vostro live show “A copy of a show that never existed” integra visuals, narrazione e musica in un’esperienza multisensoriale. In che modo Reality ha influenzato la dimensione scenica e l’interazione con il pubblico rispetto all’approccio live di Dream?

Già con Dream avevamo creato uno show multisensoriale con visual a tempo e la voce narrante di NMV84, il robottino che è con noi sul palco e parla introducendo le tematiche e facendo domande filosofiche.
Con Reality però ci siamo spint* oltre, non si è più solo sospesi in una fase di abbandono onirico ma si compie un percorso che porta a una concretezza.
Lo show infatti inizia con Mr Y, un personaggio che presenta lo spettacolo e confessa di essere una copia e che quello che si sente in quel momento verrà ripreso più volte durante lo show.
E infatti poco dopo arriva un nuovo presentatore a introdurre di nuovo lo spettacolo, in un loop di copie e citazioni.
Tutto lo show è una riflessione sul ruolo dell’arte, sul suo poter essere autentica e originale in un periodo in cui è difficile trovare spazi per esprimersi al di fuori da logiche commerciali.
Lo show si sviluppa in 3 atti: sogno, limbo e realtà e passa da momenti molto onirici a momenti più diretti di critica sociale.


5. Reality è un lavoro molto stratificato, e alcune copie fisiche sono state create come oggetti unici (numerate a mano e con elementi simbolici). Quanto conta per voi l’oggetto fisico del disco in un’epoca sempre più digitale?

È evidente che oggi l’oggetto disco abbia perso il suo valore originale.
Chi compra un cd lo fa per supportare una band o per portarsi a casa un pezzo dell’esperienza che ha vissuto al live.
Ci piace inventarci dei modi per far vivere un’ulteriore esperienza anche tramite l’apertura e la fruizione del disco fisico. In questo caso, le edizioni limitate erano impacchettate con carta panna e rilegate con un cordino di spago, come una realtà dolorosa da scoprire pian piano, con tanto di scritta “heavy reality, handle with care”.
Ogni disco aveva un’etichetta scritta a mano con una frase ispirata da un libro di filosofia per bambini Il mondo di Sofia.
Le copie fisiche sono state stampate a mano da “Officina del disco” e la copertina è intagliata in modo che il lago disegnato possa essere svuotato togliendo i libretti interni. In fondo al lago finalmente si scopre il numero del disco.
Non è un’operazione nostalgica, ma un modo per restituire peso e tempo all’ascolto, trasformando il disco in un’estensione fisica dello show e del suo immaginario.

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