Con il singolo “Vivi la vita degli altri”, Alessandro Aruta esplora il delicato equilibrio tra autenticità e conformismo. Il brano è un monito contro il rifugiarsi nella vita degli altri e invita l’ascoltatore a tornare al centro della propria esistenza. In questa intervista, Aruta racconta il percorso che lo ha portato a scrivere il pezzo, l’urgenza di liberarsi dagli schemi imposti e il rapporto con una scena musicale veloce e in continua evoluzione.
1. “Vivi la vita degli altri” ruota attorno al conflitto tra autenticità e conformismo: è qualcosa che hai vissuto in prima persona o nasce più da un’osservazione di ciò che ti circonda?
Nasce da un’osservazione, ma tocca qualcosa che riguarda tutti, me compreso. A un certo punto mi sono reso conto di quanto sia facile rifugiarsi nella vita degli altri: osservarla, commentarla, quasi viverla di riflesso. Succede spesso per paura di esporsi, di scegliere, di provare emozioni vere fino in fondo. Per me, Vivi la vita degli altri è proprio questo: un monito. Quando hai paura di vivere davvero, rischi di nasconderti dentro le vite degli altri. La canzone prova a riportarti lì, al centro. Alla tua vita, con tutto quello che comporta.
2. Nel brano c’è quasi un’urgenza di liberarsi da schemi imposti: c’è stato un momento preciso in cui hai sentito questa necessità diventare centrale anche nella tua musica?
Sì, c’è stato un momento in cui ho capito che stavo cercando di “funzionare” più che di essere vero. Succede quando inizi a pensare troppo a come potresti essere percepito, a cosa potrebbe funzionare meglio, a quale direzione sia più “giusta”. A un certo punto però ti accorgi che quella non è più la tua voce. Lì nasce l’urgenza. Quando smetti di riconoscerti in quello che fai, o torni a te stesso o perdi il senso di tutto.
3. Musicalmente il pezzo tiene insieme una spinta rock e una struttura più pop: è stata una scelta consapevole per rendere il messaggio più diretto?
Sì, assolutamente. Volevo che il brano avesse una doppia anima: da una parte l’energia e la tensione quasi fisica del rock, dall’altra una struttura pop che rendesse il messaggio immediato e diretto. Con MOLLAabbiamo lavorato proprio su questo equilibrio: non perdere l’intensità emotiva, ma renderla accessibile. Il tema è profondo, ma la forma doveva arrivare subito.
4. Il titolo è molto forte, quasi provocatorio: ti interessa anche mettere a disagio l’ascoltatore, costringerlo a riconoscersi in questa dinamica?
Sì, ma non per provocare fine a sé stesso. Mi interessa creare una piccola frizione, un momento in cui chi ascolta si ferma e si riconosce, anche con un po’ di disagio. Perché è lì che succede qualcosa. Il titolo è diretto, quasi scomodo, perché non lascia molto spazio per nascondersi. In fondo è una domanda implicita: se ti dà fastidio, forse ti riguarda.
5. Nel raccontare il rischio di vivere “la vita degli altri”, quanto spazio lasci invece alla fragilità, al fatto che a volte è difficile capire davvero chi si è?
Tantissimo. Il punto non è giudicare questa dinamica, ma riconoscerla. È difficile capire davvero chi si è: viviamo immersi in stimoli, aspettative e modelli. È normale perdersi, confondersi, attraversare fasi in cui non sei allineato con te stesso. La fragilità è parte del processo. Spesso è proprio da lì che nasce la consapevolezza.
6. Che rapporto hai con la scena musicale attuale e con ciò che “va di moda”? Nel tuo percorso fare musica è mai anche un compromesso, oppure senti di scrivere solo seguendo ciò che ti rappresenta davvero?
La scena attuale è molto veloce, molto esposta, e ti obbliga a confrontarti continuamente con ciò che “funziona”. Il compromesso esiste, sarebbe ipocrita dire il contrario: in passato ho provato a cambiare direzione per avvicinarmi a certi linguaggi. Ma alla fine ho capito una cosa semplice: puoi adattare il suono, ma non puoi tradire il senso di quello che fai. Oggi cerco di stare in quell’equilibrio: essere contemporaneo senza perdere identità. Perché se perdi quella, puoi anche essere perfettamente dentro al mercato… ma non sei più dentro la tua musica.
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