Con Asteroide, i COLLA tornano a raccontare una provincia spoglia, priva di qualsiasi filtro nostalgico, dove il rumore di fondo è quello di una quotidianità che resiste più per inerzia che per speranza. Il loro è un punk che non ha bisogno di sovrastrutture, che nasce diretto dalla sala prove e conserva intatta una dimensione viscerale, quasi primitiva. In questa intervista, la band vicentina riflette sul senso di urgenza che attraversa il brano, sul rapporto con la scena veneta e su cosa significhi oggi fare musica senza cercare appartenenze, ma restando fedeli a un’urgenza espressiva che non accetta compromessi.
“Asteroide” è un brano che sembra raccontare la provincia quando tutto si spegne, senza romanticizzarla: quanto c’è di vissuto reale in queste immagini e quanto invece di costruzione narrativa?
Ci vorrebbe un asteroide per estinguerci per sempre, il tutto nasce da qui, è un modo per dire che il mondo è assurdo e non esiste una soluzione imediata dobbiamo solo resistere come sappiamo fare.
Il pezzo mantiene quell’urgenza punk molto diretta, ma con una dimensione melodica che resta in testa: è un equilibrio che cercate consapevolmente o qualcosa che vi viene naturale?
Ogni brano dei Colla potrebbe stare in piedi con una voce ed una chitarra, tutto nasce molto semplicemente da un testo e da una session in sala prove. Ci viene naturale è un incidente tra il cantautorato ed il punk.
Nei vostri brani torna spesso il tema della resistenza quotidiana, quasi ostinata: in “Asteroide” sembra che anche davanti a qualcosa di enorme le vite continuino uguale. È una visione pessimista o, in qualche modo, vitale?
Il nostro motto è non mollare mai, non è arroganza ma consapevolezza, forse tutto arriva da qui.
Il singolo è stato registrato mantenendo un suono molto ruvido e immediato: quanto per voi è importante preservare questa dimensione “live” anche su disco?
Bella domanda, in effetti non usiamo in fase di registrazione sovrastrutture sonore. Questo ci permette di essere molto in linea tra disco e live e viceversa. Se pensiamo che ad oggi l’AI può fare tutto, noi stiamo facendo un miracolo.
Venite da una scena molto specifica come quella vicentina: vi sentite parte di una vera e propria rete veneta? Avete mai collaborato o incrociato il vostro percorso con altre band della zona?
Non siamo dei local hero ma abbiamo sempre cercato di trovare collaborazioni con la scena vicentina e veneta. Dobbiamo dire che siamo punk ma in qualche modo non siamo inserite nella scena punk forse perché non abbiamo pose e facciamo quello che ci pare.
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di una sorta di “Veneto Wave”, anche in relazione a film come Le città di pianura e al lavoro di etichette come Dischi Sotterranei: è una narrazione in cui vi riconoscete o qualcosa che sentite distante?
Il Veneto è una regione ricca, ma la ricchezza è in mano a pochi, qui esiste ancora la borghesia operaia e la malsana idea di dedicare ogni minuto della vita al lavoro. Ci sono poi piccoli collettivi che riescono in qualche modo a spingere verso una visione diversa e più consapevole. Dischi Sotterranei ma anche Dischi Soviet Studio, Go Down e molte altre realtà cercano in qualche modo di dare una rottura al Veneto polentone e lavoratore.
Guardando al vostro percorso, tra attitudine punk e riconoscibilità crescente nella scena indipendente, vi interessa davvero “stare dentro” una scena o preferite restare in una posizione più isolata e autonoma?
Tutte le scene nascono, muoiono e rinascono. Non abbiamo mai fatto musica per appartenere ad una scena, ma lo facciamo perché abbiamo qualcosa da dire. Non è una posizione autonoma la nostra ma la conseguenza naturale di essere forse unici.
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