GREAMS ci racconta il suo disco: tra nostalgia digitale e intimità sonora

Con GREAMS, Lorenzo ha costruito un universo sonoro in cui la nostalgia digitale incontra l’intimità più personale. La sua musica evoca paesaggi Vaporwave e ricordi di un passato tecnologico mai realmente vissuto, ma lo fa con suoni caldi e organici, capaci di trasmettere emozione e immediatezza.

La recente Deluxe Edition del suo lavoro originale apre questo mondo a collaborazioni selezionate, senza mai tradire la sensazione di isolamento e introspezione che caratterizzava l’album di partenza. In questo dialogo tra solitudine e scambio, ogni elemento — dalla produzione alle grafiche, dai video alle performance — viene curato da Lorenzo stesso, creando un ecosistema multimediale coerente, dove la musica rimane sempre al centro.

Tra pause, silenzi e texture volutamente imperfette, GREAMS ci guida attraverso un viaggio elettronico che mantiene intatta la sua dimensione umana, granulosa e reale, capace di far entrare l’ascoltatore in un mondo sospeso tra memoria, tecnologia e sogno.

1. Il tuo immaginario evoca spesso la Vaporwave e una sorta di nostalgia per un passato digitale mai esistito: come riesci a tradurre questo senso di “malinconia tecnologica” in suoni che risultino caldi e organici nell’ascolto?
In realtà non mi interessa tradurre concetti astratti. Io uso i suoni che ho dentro, quelli che mi porto dietro dall’infanzia. Cerco solo di essere onesto con quello che sento. Se il risultato suona organico è perché dietro c’è una persona che suona e che decide ogni colpo di cassa.

2. Passare da una dimensione di isolamento totale a un album Deluxe ricco di scambi suggerisce un’apertura: quanto è stato difficile “lasciar entrare” altri artisti nel tuo mondo sonoro senza perdere quella sensazione di intimità che caratterizzava il disco originale?
Non è stato difficile lasciare entrare gli altri perché non ho aperto le porte a caso. Mi sono circondato di persone che stimo e che parlano la mia stessa lingua. Quando c’è rispetto artistico, l’intimità non si perde, si arricchisce.

3. La tua estetica visiva è molto definita e coerente. Ti consideri un artista “multimediale” che compone pensando già alle immagini, o la musica deve avere una sua autonomia prima di essere vestita da una grafica o da un video?
Per me le due cose viaggiano insieme, ma la musica ha sempre la priorità. Non compongo pensando alle immagini, ma è inevitabile che il suono generi un’estetica specifica nella mia testa. Tutto quello che faccio, dalle grafiche ai video, serve a proteggere e a dare un volto coerente a quello che ho registrato. È un unico ecosistema che curo io perché voglio che chi ascolta entri esattamente nel mio universo, senza filtri esterni.

4. Molti tuoi brani sembrano costruiti su una tensione costante tra pieno e vuoto. In un’epoca di musica “massimalista” fatta per catturare subito l’attenzione, quanto valore dai al silenzio e alle pause all’interno delle tue architetture elettroniche?
Per me è necessario lasciare spazio alla voce e alla riflessione. Se non c’è vuoto, non c’è profondità e se non c’è profondità, resta solo rumore bianco.

5. Se dovessi descrivere la “texture” della tua musica a qualcuno che non può sentirla, sarebbe qualcosa di liscio e sintetico come uno schermo o di granuloso e imperfetto come una vecchia pellicola?
Sarebbe sicuramente granulosa e imperfetta. Odio la perfezione liscia degli schermi moderni. Preferisco l’imprevedibilità di qualcosa che sembra consumato dal tempo. La mia musica deve avere una consistenza fisica, fatta di errori e di sfumature che non puoi programmare a tavolino. È quella grana che la rende umana e, per quanto mi riguarda, reale.

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