Aura Q: L’arte di interrompere il silenzio (senza soffocarlo)

Esistono progetti musicali che non chiedono di essere consumati, ma di essere abitati. Gli Aura Q si muovono esattamente in questo interstizio: tra il suono manifesto e quello nascosto, tra la materia fisica e l’astrazione pura. La loro musica non offre soluzioni pronte all’uso, ma apre varchi, zone di ascolto dove il vuoto è prezioso quanto la nota.

In questa conversazione, Marco Fagotti (metà del duo insieme a Jacopo Matia Mariotti) ci guida attraverso la visione del progetto, esplorando il concetto di silenzio inteso come spazio vitale e la necessità di “spostarsi di lato” per permettere all’ascoltatore di diventare parte integrante dell’opera. Un dialogo che trasforma l’ascolto da atto passivo a esperienza quasi mistica, in una distesa bianca dove non c’è nulla da capire, ma tutto da sentire.

La vostra musica sembra spesso trattenere qualcosa, come se evitasse una risoluzione esplicita. È una scelta consapevole o nasce in modo naturale durante il processo creativo?

«La natura della realtà che abitiamo è duale, così la musica. Un brano è sempre composto da due parti, una manifesta, che si sente e si avverte fisicamente, l’altra nascosta che si può solo dedurre attraverso percezioni più sottili. Ciò che passa di più dipende dalle proporzioni tra le due, dalla capacità dei musicisti di dosarle e dalla predisposizione dell’ascoltatore a sentire di più l’una o l’altra. Immagino possa essere questo in qualche modo a dare un senso di irrisolto al tuo ascolto.»

Quanto conta il silenzio nel vostro lavoro? Non solo come pausa sonora, ma come spazio emotivo che circonda i brani.

«Grazie per la domanda, è davvero molto bella. Proviamo a sintetizzare perché qui si apre un orizzonte che meriterebbe un approfondimento più corposo. La musica è senz’altro la più bella trovata degli esseri umani per interrompere il silenzio e il silenzio la conquista più difficile per gli esseri umani. Gli Aura Q si trovano tra queste due estremità, hanno abbracciato il rumoreggiare bellissimo della musica e si muovono con attenzione in direzione del silenzio. Certo, non è facile raggiungerlo, forse una vita non basta, ma il tentativo va fatto. C’è un concetto importante da chiarire, e speriamo che sia di aiuto in questa risposta non risposta; finché non si è in qualche modo entrati in confidenza con lui, il silenzio non lo si ascolta, lo si percepisce. E questo dato cambia del tutto l’idea che ce ne siamo fatti, che è comprensibilmente, in prima battuta, un’idea fisica, sensoriale, uditiva. In realtà il silenzio di cui si parla è di tutt’altra natura. Ci sono eventi, chiamiamoli così, che ne agevolano la percezione, altri che la ostacolano. Per fare un esempio meno astratto, si tratta di verificare, e questo lo possono fare tutti, se quello che stai ascoltando crea spazio dentro di te o lo fagocita. Nel primo caso ti sta lasciando una zona di silenzio, nel secondo ti sta soffocando di frastuono; nel primo hai spazio per muoverti e osservare tutto da vicino, nel secondo no. Ecco, con la musica che facciamo cerchiamo sempre di lasciare quello spazio vitale e creativo nell’essenza altrui, quindi c’è sempre un momento nei brani in cui ci spostiamo di lato e chiediamo all’ascoltatore di mettere un pezzettino di se stesso dentro l’ascolto, finirci dentro e diventarne parte. Questa combinazione crea sempre qualcosa di magico, di indescrivibile. E forse quanto ho appena detto risponde meglio anche alla prima domanda..»

Vi sentite più interessati a costruire un immaginario o a destabilizzarlo? In altre parole: gli Aura Q vogliono accogliere l’ascoltatore o metterlo in una zona scomoda?

«Assolutamente accogliere l’ascoltatore, poi non è detto che dove lo portiamo si senta a suo agio. A volte la comodità è solo una sensazione superficiale, non necessariamente la condizione migliore a lungo termine. Cerchiamo di condurlo in uno spazio dove non si senta soffocato e dove abbia salvo il proprio. Deve potersi muovere dentro i suoni che creiamo e interagire con loro.»

C’è un momento, in studio o dal vivo, in cui sentite che il controllo vi sfugge di mano. È qualcosa che temete o che cercate?

«Non ci siamo mai posti il problema. Siamo consapevoli di non essere noi a gestire la musica che facciamo ma a dover seguire le sue indicazioni. Un brano è un oggetto difficile da maneggiare, una volta uscito allo scoperto lo puoi solo assecondare. È come un figlio: puoi dargli la vita ma non puoi controllarla, a meno che tu non voglia rischiare di fare dei danni.»

La vostra musica ha una forte componente fisica, quasi corporea. Pensate ai brani come a qualcosa da “sentire nel corpo” prima ancora che da capire?

«Pensiamo ai brani come a qualcosa da sentire in profondità. Ogni cosa che impariamo deve attraversare la materia, ma se non arriva almeno a sfiorare la parte incorporea che ci caratterizza, è servito a poco. Alla fine non c’è niente da capire e niente da spiegarsi, solo qualcosa da sentire; e il sentire è una pratica molto difficile da definire perché si interfaccia e si nutre del silenzio.»

Se Aura Q non fosse un progetto musicale ma uno spazio (una stanza, un paesaggio, un luogo mentale), che tipo di posto sarebbe e perché?

«Uno spazio bianco da guardare, una distesa infinita di neve in mezzo alla nebbia.»

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