Intervista ai Blind Loops: tra accordature cieche, loop e improvvisazione

Blind Loops è un progetto nato dall’incontro spontaneo di musicisti con background diversi, uniti dal desiderio di esplorare territori sonori non convenzionali. Tra chitarra baritona, synth bass, strumenti acustici e live electronics, la band costruisce un linguaggio fatto di ripetizioni, stratificazioni e perdita di punti di riferimento. In questa intervista per Posh, Frank Martino (chitarra baritona / synth bass) racconta la genesi del progetto, il significato del nome Blind Loops e il rapporto tra scrittura, improvvisazione e dimensione live.

Blind Loops nasce dall’incontro di background musicali diversi: come si è formato il progetto e quale era l’idea iniziale?
Il gruppo si è formato ad inizio 2025 dopo un pomeriggio di jam session. Non c’era un’idea definita, volevamo semplicemente sperimentare insieme le possibilità sonore generate da questo ensemble poco convenzionale.

Il vostro nome suggerisce ripetizione, movimento e anche una certa perdita di controllo: quanto rispecchia il vostro approccio alla musica?
Il nome “Blind Loops” deriva da una condizione molto specifica: nell’ultimo anno ho sperimentato l’utilizzo di accordature non convenzionali e a volte casuali. Questo ha provocato in me una sensazione di perdita di tutte le conoscenze teoriche apprese sulla chitarra, in quanto le note visualizzate nella mia testa non corrispondevano più a quelle realmente suonate. L’aggettivo “blind” è riferito a questa sensazione.
Dal punto di vista compositivo, i brani partono da loop generati prima con sequencer e arpeggiatori e successivamente riportati sulla chitarra baritona. Quindi, nel nostro caso, il nome del gruppo rispecchia al 100% l’approccio musicale.

Il dialogo tra strumenti acustici e live electronics è centrale nel vostro sound: come lavorate per mantenere questo equilibrio?
È tutto abbastanza naturale, visto che i nostri ascolti sono molto vasti: abbiamo una formazione jazzistica, ma la musica elettronica è centrale nel nostro background da ascoltatori prima ancora che musicisti.

Quanto conta la dimensione live nel definire la vostra identità artistica rispetto al lavoro in studio?
Sono due mondi distinti. In studio lavoriamo molto di “taglia e cuci”, producendo brani meticolosamente scritti. Dal vivo, invece, la nostra anima improvvisativa viene fuori maggiormente: ci piace aprire i brani e dedicare intere sezioni all’improvvisazione. Il sound e lo scheletro dei brani restano uguali al disco, ma l’esperienza live è totalmente diversa ed è una direzione che sicuramente porteremo avanti.

Quali sono le influenze principali, musicali o extra-musicali, che continuano a nutrire la vostra ricerca sonora?
Le nostre influenze sono molte e sarebbe per me impossibile rispondere a nome di tutti. Per quanto mi riguarda, sono molto curioso nei confronti di qualsiasi genere musicale e mi ritrovo continuamente a guardare molto indietro e avanti nello stesso periodo. Ad esempio, nell’ultimo mese sto studiando degli adattamenti per chitarra classica di John Dowland, liutista di fine ’500, e contemporaneamente mi ritrovo a intripparmi con le ultime produzioni K-pop. È una pratica quasi schizofrenica che non consiglio a chi è alle prime armi, perché può risultare confusionaria, ma dopo tanti anni passati sullo strumento sento di poterne venire fuori.

Guardando al futuro, come immaginate l’evoluzione dei Blind Loops nei prossimi anni?
Non so esattamente: la musica cambia continuamente e negli ultimi cinque anni si è generato uno scenario nuovo, abbastanza imprevedibile e verosimilmente cambierà tutto ancora. Per il momento abbiamo in programma la realizzazione del primo album, in seguito vedremo in base alle circostanze.

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