Gli Amsterdam Parkers raccontano “Basta Dirlo”: il disco che urla la libertà di essere sé stessi

Con Basta Dirlo, gli Amsterdam Parkers tornano con un album che suona come una dichiarazione di intenti e un gesto liberatorio. Divisi tra Milano e Teramo, la band ha costruito un lavoro che intreccia urgenza emotiva e riflessione personale, affrontando temi complessi come ansie, paure e relazioni fragili, ma senza dimenticare i momenti di leggerezza che cementano l’amicizia e la quotidianità. In questa intervista, gli Amsterdam Parkers ci raccontano il percorso creativo dietro l’album, la scelta di un titolo diretto e il delicato equilibrio tra auto-espressione e comunicazione agli altri. Tra testi nati da esperienze profonde e una produzione che mescola compattezza sonora e apertura emotiva, Basta Dirlo diventa l’inno di chi vuole liberarsi dalle sovrastrutture e urlare sé stesso al mondo, senza fronzoli.

“Basta dirlo” suona come una presa di posizione netta, quasi un gesto liberatorio. In che momento del vostro percorso avete sentito il bisogno di un titolo così diretto, e a chi o a cosa era rivolto?
Tra tutti i titoli che avevamo in mente, “Basta Dirlo” è venuto fuori dopo la lettura del libro di Paolo Borzacchiello, appunto “Basta Dirlo”. L’uso delle parole giuste per comunicare al meglio sé stessi è fondamentale nelle relazioni. Il titolo di fatto ha un doppio senso: “è sufficiente dirlo” come sorta di liberazione, ma anche “smettiamola di dirlo”, a mò di critica sia sociale sia relazionale. “Basta Dirlo” è l’inno di chi vuole sentirsi libero, urlando sé stesso al mondo, senza fronzoli.

Nel disco sembra esserci una tensione continua tra l’urgenza di comunicare e la difficoltà di farlo davvero. Avete scritto queste canzoni più per chiarire qualcosa a voi stessi o per farvi capire dagli altri?
Sicuramente ci ha aiutato a chiarire qualcosa a noi stessi. Alcuni pezzi sono davvero vecchi e, rileggendo i testi col senno del poi, ci siamo resi conto di cosa abbiamo superato in passato e perché siamo diventati così: ansie, paure, fallimenti, abbandoni, ma anche momenti bellissimi al bar con gli amici che hanno gettato fondamenta solide nelle nostre relazioni. Non puntiamo a farci capire, cerchiamo piuttosto di esprimere ciò che per qualcuno è difficile esternare.

Rispetto ai vostri lavori precedenti, qui il suono appare più compatto ma anche più esposto emotivamente. È stata una scelta consapevole in fase di scrittura o è emersa naturalmente in studio?
Il lavoro in studio con Davide (nostro storico fonico, produttore, amico di sempre) è stato enorme, durato circa un anno. Siamo entrati con delle idee e dei suoni basati molto sui “Queens of the Stone Age”, poi ci siamo resi conto che per qualche brano funzionavano di più suoni aperti e squillanti.

Ci sono brani di “Basta Dirlo” che avete faticato a chiudere, magari perché toccavano temi troppo personali o scomodi? Se sì, come avete capito quando era il momento di “lasciarli andare”?
Isaac, senza indugi. È il brano più diretto e col tema più cupo del disco: il suicidio. Isaac era un amico di Gian Luca, conosciuto in Australia. Il testo è nato in prosa; Gian ha vomitato di getto su un pezzo di carta tutto il dolore che si stava portando da tempo. Matteo l’ha preso, ha riassunto in versi il messaggio di Gian e ci abbiamo buttato sopra una melodia. È nato molto spontaneamente, anche se ci sono voluti comunque due anni di lavoro solo su questo brano.

Se questo album fosse una conversazione interrotta e finalmente ripresa, qual è la frase che non eravate riusciti a dire prima e che ora sentivate inevitabile mettere in musica?
“Ogni venerdì è da gestire bene”. Oggi ci troviamo sempre a sfogare tutta la tensione della settimana nel venerdì sera. Ci troviamo frustrati, privati della libertà di esprimerci, annichiliti, quindi? Il venerdì ci apriamo e facciamo sempre un casino della miseria. Ma poi, la routine riparte. “Ho ancora 48 ore per recuperare”, sono poche o tante? Quanti lunedì siamo disposti a vivere?

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