Con il nuovo album Lezioni di Canto, Kublai esplora un percorso di produzione totalmente domestico e solitario, segnando una fase di apprendimento e rielaborazione artistica senza precedenti nella sua carriera. Tra vocalità ricercata, testi che vivono tra esposizione e non detto, e un rapporto consapevole con l’errore e l’imperfezione, il disco emerge come un’esperienza intima e riflessiva. In questa intervista, Kublai racconta le scelte creative, le sfide della produzione autonoma e il dialogo continuo con sé stesso che ha caratterizzato la nascita dell’album.

ezioni di canto suggerisce un’idea di apprendimento e di disciplina: cosa stavi cercando di imparare — o di disimparare — mentre prendeva forma questo disco, e perché proprio in questo momento della tua vita?
La risposta a questa domanda è un po’ tautologica, ma direi questo: ho fatto Lezioni di canto per imparare a farlo, cioè per imparare a produrre un disco in casa dall’inizio alla fine. È qualcosa che non avevo mai fatto prima, nei lavori precedenti ho sempre collaborato con qualcuno, frequentato studi di registrazione, delegato gran parte del lavoro. Questo disco ha dei limiti, ma sono limiti tutti miei.
La tua voce nell’album non è mai solo uno strumento melodico, ma diventa gesto, ritmo, a volte persino attrito: quanto è stato consapevole questo lavoro sulla vocalità e da dove nasce questa esigenza espressiva?
La vocalità credo stia molto in relazione col mio modo di scrivere i testi. Non ho un approccio descrittivo-narrativo, ma più ellittico, suggestivo. Il significato non è immediatamente comprensibile, quindi cerco “chiarezza” altrove, interpreto molto le parole, come per avvicinarle all’orecchio dell’ascoltatore; marco alcuni passaggi, lascio degli appigli per la scalata.
Nei testi c’è una tensione costante tra esposizione e controllo, come se ogni frase fosse tenuta sul bordo: scrivi pensando a ciò che vuoi dire o a ciò che preferisci lasciare in sospeso?
Sono senz’altro più vicino alla seconda opzione. Quando scrivo non premedito, inizio a scrivere e solo dopo capisco cosa intendo. A volte questo accade a metà della scrittura, a volte dopo anni dalla pubblicazione. In generale direi questo: ho sempre preferito i testi che crescono nel non detto, che delimitano, evocandolo, i contorni del mistero. Non amo i testi solo funzionali alla comunicazione, al voler dire. Esistono molti media per veicolare messaggi e informazioni, usare la canzone solo a questo scopo è usare l’uno per cento delle sue potenzialità.
Il titolo richiama un ambito tecnico, quasi accademico, mentre il disco suona emotivamente irregolare e imperfetto: che rapporto hai con l’errore e con la fragilità nella tua musica?
Oggi penso di avere un ottimo rapporto con l’errore, anche se non è sempre stato così. Come dicevo, ho accettato l’imperfezione di questo disco quando ho deciso di farlo da solo. Comunque sia, in questo momento storico, loudness e rotondità delle produzioni che circolano sono stucchevoli; sono convinto che le imperfezioni di Lezioni espongano, oltre agli spigoli, anche le sue qualità. Questo disco, in “alta fedeltà”, non avrebbe un senso artistico.
Durante la lavorazione dell’album c’è stato un episodio, personale o creativo, che ha cambiato la direzione del disco rispetto all’idea iniziale?
Non mi pare ci siano state virate nette, anche per via di quanto dicevo sulla premeditazione. L’unica cosa che volevo era un disco breve, sette brani sono davvero il minimo sindacale. A un certo punto, a metà della produzione, ho deciso il titolo. Lezioni di canto riassumeva bene una fatica, personale e collettiva, imparare da soli perché non si può farlo assieme. Forse il momento di epifania è arrivato con questo titolo, da lì mi è stato tutto più chiaro.
In Lezioni di canto sembra esserci un dialogo continuo con te stesso: quanto questo disco nasce da un’esigenza di chiarimento personale più che di comunicazione verso l’esterno?
Sicuramente questo disco parte dal personale, ma non da un personale esclusivo. Queste canzoni sono un “campionamento”, parlo di me come parte di un mondo disgregato, ma sono solo un esempio, una persona fra tante. Il chiarimento personale lo cerco in continuazione, ma mi guardo bene dal metterlo in scena nelle canzoni. La musica è uno spazio “finto”, riempirla solo con la biografia, ancora una volta, lo vivrei come un grande spreco. Partire dal personale non vuol dire riferire il personale. Anche comunicare non è un bisogno che soddisfo in quella sede, ho il privilegio di poterlo fare altrove, con gli amici e le persone a cui voglio bene. Chi ha un gran bisogno di comunicare, oggi, è chi subisce un qualche tipo di isolamento. Lezioni di canto parla soprattutto di loro, in un certo senso, è dedicato a loro.
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